Occupazione, la Sfida del 2016. Per ripartire bisogna condividere

by Lapo Cecconi on 20 January 2016

Intervista di Monica Pieraccini – giornalista de La Nazione –  a Lapo Cecconi , presidente di reteSviluppo.

Un 2016 di ripresa, ma importante è non abbassare la guardia sul tema lavoro. Secondo Lapo Cecconi, fondatore e presidente di reteSviluppo, società di consulenza che si occupa principalmente di studi economici, sociali e statistici, c’è ancora molto da fare su questo fronte.

Quale quadro in provincia di Firenze?

Ci sono ancora molte ombre. Dal 2009 al 2014 la disoccupazione è cresciuta del 67%. Il lavoro è ancora il problema dei problemi, al quale credo debba dedicare ogni sforzo possibile non solo il governo, ma anche la Regione e le altre istituzioni. Non conforta nemmeno il dato sulla disoccupazione giovanile, che è ad un livello ancora molto alto, dal 34-35%.

Che si può fare?

Innanzi tutto puntare sulla formazione, il lavoro di una volta non c’è più e manca a mio avviso una formazione adatta ai giovani. Bene l’alternanza scuola – lavoro, ma occorre fare di più. Serve creare un percorso vero di avvicinamento delle nuove leve alle aziende più innovative e dinamiche, perché i giovani possano davvero imparare qualcosa per poi essere in grado di affrontare la giungla del mercato del lavoro.

Le parole del 2016. Lavoro, poi?

Condivisione e dati.

Ci spieghi meglio…

La crisi ha costretto le persone a trovare delle soluzioni. Meno soldi e bisogni crescenti hanno portato ad abbandonare l’individualismo sfrenato e ad aprirsi agli altri. Grazie anche alla tecnologia, le persone si sono organizzate condividendo spazi e servizi. Così è nata ad esempio la badante di condominio oppure gli spazi di coworking, due facce della stessa medaglia. Premettono di abbattere i costi e rispondere ad una maggiore efficienza. Credo che anche nel 2016 s svilupperanno ancora di più queste forme di condivisione, creando un nuove opportunità di lavoro.

Per quanto riguarda invece i dati?

Il flusso costante di dati è l’oro del 21 secolo. Se le informazioni che continuamente produciamo tramite smartphone e i portatili vengono studiate, monitorate e trasportate in comportamenti e politiche pubbliche più mirate possono davvero rappresentare una rivoluzione, possono essere un fattore esplosivo creando anche in questo caso nuovi posti di lavoro.

Informazioni che potrebbero essere utilizzate anche per migliorare la mobilità cittadina…

Certo. E infatti su questo mi sento di fare una critica all’amministrazione Nardella, che non ha evidentemente monitorato adeguatamente il flusso di informazioni visti i disagi creati dai cantieri della tramvia. Sarebbe stato opportuno mettere a punto anche un piano integrato sulla mobilità di area vasta. Assurdo, ad esempio, che non si sia pensato prima di fare arrivare la tramvia a Campi e a Bagno a Ripoli. Siamo o non siamo una città metropolitana?

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Chi ascolta un consiglio trova un tesoro 

by Lapo Cecconi on 10 December 2015

Oggi parliamo di università. Fra agosto e settembre l’università di Shanghai e la Qs Intelligence hanno pubblicato due delle più autorevoli classifiche sui migliori atenei mondiali. I risultati? Niente di nuovo. Tra le prime 100 continuano a mancare le italiane. Stesso copione nella top ten, quasi tutta occupata da college angloamericani. Se Shanghai premia Harvard, l’indice Qs invece assegna la medaglia d’oro al Mit degli Stati Uniti.

Per trovare la prima italiana dobbiamo scendere dopo il 100esimo posto con il Politecnico di Torino e la Normale di Pisa. E allora perché ne parliamo? Una novità in effetti c’è. Se le italiane volano giù nel ranking generale, secondo l’incide Qs, salgono invece nella employer reputation. Cos’è? Un indice che misura l’opinione di dei datori di lavoro sulla preparazione offerta ai laureati dei singoli atenei. In poche parole la nostra reputazione è cresciuta. Nella classifica Qs ben quattro italiane compaiono tra le prime 200. Sembra una buona notizia ma, forse, non lo è. Questo risultato è frutto di uno dei principali prodotti d’esportazione italiani: i cervelli dei nostri under 30. L’ottimo risultato della nostra reputazione è merito soprattutto di chi lascia il cuore in Italia ma porta reddito e competenze all’estero.

Il cortocircuito si crea quando chi è partito, a tornare, non ci pensa proprio. E grazie alle proprie capacità attrae investimenti che volano in altri stati. Negli ultimi dieci anni questa scelta è stata compiuta da 700mila persone. Il governo questa estate ha proposto un bonus del 30 percento sulla tassa Irpef per facilitare il rientro dei talenti fuggiti. Un incentivo che rischia di essere debole. Il dato preoccupante infatti non sono le partenze degli universitari, in linea con il resto d’Europa, quanto l’assenza di arrivi in Italia. Le cause non sono né la crisi economica né la mancanza di risorse e prestigio dei nostri atenei ma il divorzio avvenuto tra università e lavoro.

La soluzione per ripartire non è solo tentare di risollevare la domanda domestica ma lavorare per produrre fascino verso chi si trova di fuori dei nostri confini. Che tradotto vuole dire trasformaci in un Eldorado in grado di attrarre capitale umano. Ce lo insegna Antonio Iavarone, medico italiano emigrato negli Stati Uniti negli anni 90 in seguito ad una vicenda di nepotismo e che oggi alla Columbia University di New York è a capo di un team che ricerca una cura ai tumori cerebrali dei bambini.  La sua proposta per prevenire la fuga? Legare a doppio filo università e lavoro in un ecosistema, creando parchi scientifici dove far collaborare istituti di ricerca e imprese. Una filiera corta dove chi esce con una laurea in tasca, bussa alla porta accanto dove ad attenderlo c’è già un ufficio. Un sogno, certo. Ma la strada per la rivoluzione di cui abbiamo bisogno passa da qui. Per costruire la nostra città dell’oro non possiamo non ascoltare i consigli di chi un tesoro l’ha già trovato a migliaia di chilometri di distanza. Ripartiamo da un consiglio d’oro.

E, forse, troveremo l’Eldorado.

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Lapo CecconiChi ascolta un consiglio trova un tesoro 

Uscire dal tunnel in tre parole 

by Lapo Cecconi on 13 August 2015

Un prima la buona notizia: ci siamo, il tunnel è finito. A fine 2015 il Pil della Toscana potrebbe aumentare fino all’1,2%. Lo certifica il rapporto Irpet-Unioncamere sullo stato di salute dell’economia regionale. Uno virgola due percento, dicevamo. Sembra poco? Lo è.

Ma se messo a paragone con la crescita zero registrata l’anno scorso, assomiglia ad un numero a tre cifre. Bene anche la partita esportazioni. Il «tosco-export» ha battuto l’Italia 4 a 0, aumentando tra il 2008 e il 2014 del 25,4%, il quadruplo della crescita registrata nello stesso periodo in tutto lo Stivale.

Ora la cattiva notizia. I disoccupati nella nostra regione restano 170mila, il doppio rispetto al 2008 quando quel tunnel chiamato Crisi lo infilammo in buona compagnia di tutta l’Eurozona. La morale: siamo avanzati di un metro ma il traguardo è lontano chilometri.

Per proseguire spediti serve una rivoluzione mentale: cominciare a vedere la Toscana come un ecosistema produttivo, politico e socio-economico dove tutti gli attori giocano la stessa partita. Quella della ripresa e della ricerca di una nuova coesione sociale, dove le imprese, soprattutto quelle che innovano, si aggregano, conquistano nuovi mercati e investono in ricerca e sviluppo.

Tre parole ci separano da questo traguardo: Cooperazione, Innovazione e Trasparenza. Le lega lo stesso filo. Cooperazione, lo ripeto, per spingere le nostre PMI dal locale al globale, tramite una nuova cultura di impresa e modelli di business alternativi come i contratti di rete. «Cartelli» virtuosi di aziende in grado di collaborare a progetti e obiettivi condivisi per dare gambe a quell’Innovazione in grado di spalancare la porta ai mercati esteri.

In questa direzione  l’innovazione, però, deve riguardare anche tutta la politica dei servizi alle imprese, portate avanti oggi da una miriade di soggetti che spaziano dal pubblico al privato, dalle associazioni di categoria ai professionisti.  Per il nostro ecosistema dovranno essere servizi sempre   alla crescita delle nostre aziende, all’acquisizione di vera formazione specilizzata e sempre più costruiti intorno all’azienda.  In poche parole, se l’azienda cresce è perché c’è una squadra a supporto e non solo perchì il titolare è illumnato.

Siamo alla Trasparenza (che al contrario si legge Merito). La Regione può premiare e incentivare questo meccanismo con una governance che destini risorse su base produttiva e non assistenziale, premiando le idee innovative che magari restano murate dentro un piccola impresa a conduzione familiare o una start-up nata ma già sul viale del tramonto.

Ecco, se da domani, questo diventasse reale, avremmo appena inventato un piccolo ecosistema. L’esatto opposto della selezione darwiniana con cui la crisi ha selezionato i soggetti più forti e ucciso il resto. Un ecosistema dove ogni stakeholder, ogni corpo intermedio o soggetto politico gioca nella stessa squadra, avendo però preso insegnamento da questa crisi e rinnovando concretamente i propri ruoli. Basta illusioni o mantra consolatori, è il momento di brillare. Insieme.

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Lapo CecconiUscire dal tunnel in tre parole 

OPEN DATA – La grande rivoluzione

by Lapo Cecconi on 22 March 2015

Prendiamo tutti gli abitanti di Firenze. Immaginiamo di poter disporre liberamente dei dati relativi alla loro biografia sanitaria: quante radiografie o ecografie hanno effettuato in un mese. Quanto hanno speso. Quanto è stata lunga la loro attesa in ogni ospedale per ogni singola cura. Poi liberare questi dati online (ovviamente rispettando la privacy). Mettere il cittadino nella condizione di potersi orientare nella struttura più adatta alle proprie esigenze e il sistema sanitario di intervenire dove c’è maggiore bisogno, in modo chirurgico.

Oppure immaginiamo di conoscere in diretta quanti operai sono coinvolti nei cantieri della tramvia. Quali sono i tempi di avanzamento e poter confrontare l’opera con i progetti di Nizza o di Strasburgo. In una parola open data. Ogni ente locale mette a disposizione il suo patrimonio informativo e lo restituisce alla comunità. Il risultato: un’istantanea dell’effetto delle politiche sul territorio.

Immaginiamo. Perché oggi, purtroppo non è (ancora) così. La colpa è di quella trasparenza che manca. Oppure di valanghe di numeri gettati in Rete e travestiti da trasparenza. Le Pa troppo spesso rovesciano sul web il contenuto dei propri cassetti, lasciando al cittadino il compito di fare ordine e mettere insieme le tessere del puzzle.

Al CNR di Pisa a marzo è stato presentato il progetto ODINet. Cos’è? Un «Google dei dati», una piattaforma che aggrega e rende accessibili i miliardi di dati pubblicati ogni giorno in Rete da imprese e Pa. Nel team di ricerca che lo ha progettato e ideato c’è anche reteSviluppo, unica azienda fiorentina ad aver dato il proprio contributo a questo strumento.

Nel 2015 il numero dei file aperti pubblicati online dagli enti pubblici è arrivato a quota 14mila. Un oceano, pieno di informazioni sporadiche e spesso non aggiornate. Il rischio è che il cittadino ci anneghi dentro. Serve un faro: l’azione di filtraggio e indirizzamento svolto dall’amministrazione.

Le elezioni regionali sono dietro l’angolo. L’obiettivo deve essere una rivoluzione. Di quelle vere. Fra le priorità della nuova Toscana che uscirà dal voto dovrà essere predicata e messa in pratica la religione civile della trasparenza. Non basta rendere accessibili i dati. Serve un’azione di narrazione, indirizzo e guida in un mare magnum dove oggi siamo tutti pescatori solitari.

Perché un cittadino informato è un cittadino sovrano e partecipe. La posta in palio è troppo alta per sbagliare. Open data significa: ospedali più efficienti, inquinamento sotto controllo, politica più trasparente. E un potere di controllo in chiave anticorruzione. Grandi Opere incluse.

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Geografia della crisi Toscana provincia per provincia

by Lapo Cecconi on 1 October 2014

 

Firenze ha retto l’onda della crisi con l’export, trainato da moda e meccanica, garantendo occupazione con il turismo. Massa è stata aggredita nell’edilizia e nelle costruzioni, e la ristorazione, il commercio e i servizi non hanno supplito a quanto la crisi ha «mangiato» nel resto della sua economia. A Prato invece l’occupazione è aumentata, però solo grazie a produzioni a basso valore aggiunto. Sono solo tre delle 10 fotografie che arrivano dai dati elaborati da Rete Sviluppo.

Le province che complessivamente sono andate meglio nell’ultimo periodo sono Firenze, Pisa (dove l’occupazione e l’aumento delle imprese sono dati positivi legati al turismo e all’hi-tech), Arezzo (con un exploit del settore oro, dopo anni di stallo) e Lucca (ma soprattutto, quasi solamente, grazie alle cartiere). Quelle peggiori sono state Massa, Prato (dove l’abbigliamento ha sostituito il tessile, cioè una produzione meno «ricca») ma anche Livorno. Anzi, per la (ex) principale provincia siderurgica e industriale della Toscana, se i dati fossero stati raccolti fin dall’inizio della sua crisi (metà del decennio scorso) il giudizio sarebbe ancora più severo.

Nel mezzo, con alterne fortune, si trovano Pistoia, dove l’export (soprattutto da i vivai) tiene ma non dà segnali sul fronte dell’occupazione. A Siena la farmaceutica traina l’export ma la crisi di Mps si fa sentire soprattutto sul consumo al dettaglio e sul valore aggiunto. Le tante crisi delle industrie grossetane vengono (pochissimo) attenuate dal buon successo dell’export, legato all’agricoltura.

immagine blog

Se invece si va a vedere un periodo più lungo, cioè gli anni della crisi (dal 2009 al 2013) si nota come proprio a Massa ci sia il dato migliore per imprese attive (confronto primo trimestre 2009-2014): l’1,98 in più, così come a Prato (0,47%), mentre tutte le altre, comprese Pisa e Firenze, hanno un saldo negativo, fino al «fanalino di coda» Lucca (-5,31%). Lapo Cecconi, presidente di Rete Sviluppo, e il ricercatore Marco Scarselli spiegano: «Massa ha visto nascere più aziende, ma sono dei settori del terziario di basso livello, con scarso valore aggiunto. È la provincia con più “neet” (ragazzi che non studiano, non cercano lavoro e non si formano) della Toscana». Prato, nonostante i dati sul numero di imprese in positivo (+0,7% confronto primo trimestre 2013-2014) è proprio la città che ha retto peggio alla crisi. Prato ha infatti una vivacità imprenditoriale che non aumenta il Pil procapite: il tessile è stato sostituito dall’abbigliamento, soprattutto di ditte cinesi, quindi si lavora di più ma si “guadagna” di meno. Nel lungo periodo, forse, sarà un vantaggio. Nel breve, è un problema. Lo stesso che hanno avuto, nei 5 anni presi in considerazione dalle analisi, anche Lucca, Pistoia, Siena e Grosseto: quelle che hanno subito di più la crisi. E anche i segnali positivi di Grosseto sono soprattutto un “effetto rimbalzo”. Dal fondo, insomma, si può risalire.

 

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