Quando i dati salvano vite: la banca dati sulla donazione degli organi

by Luca Caterino on 14 April 2016

Il Sistema Informativo Trapianti (SIT) è una banca dati pubblica, aggiornata in tempo reale, che registra le attività della rete nazionale dei trapianti per garantire la tracciabilità e la trasparenza dell’intero processo di “donazione-prelievo-trapianto” di organi e tessuti.

Al 12 aprile 2016 oltre 1,6 milioni di cittadini adulti in Italia (pari al 3,2% dei maggiorenni) ha espresso il proprio consenso alla donazione di organi attraverso una delle modalità previste: presso le ASL, attraverso l’iscrizione all’A.I.D.O. (Associazione italiana per la donazione di organi), o attraverso il consenso reso presso il proprio Comune di residenza all’atto di richiesta/rinnovo del documento di identità. Proprio quest’ultima modalità, prevista dalla Legge 25 del 2010, ha dato una forte spinta verso una maggiore sensibilità e disponibilità da parte dei cittadini a riflettere su questo importante tema.

Nel solo 2014 in Italia sono stati effettuati 2.984 trapianti, grazie alla generosità di 2.347 donatori (di cui 261 viventi). Sempre all’aprile 2016, sono 9.329 le persone in lista di attesa di un trapianto (di cui 269 in lista pediatrica).

In Toscana le dichiarazioni di volontà per la donazione di organi sono ad oggi circa 106 mila, pari al 3,3% della popolazione maggiorenne residente in Regione, raccolte in larga parte attraverso l’iscrizione all’A.I.D.O.

In considerazione dell’importanza del tema, la Regione Toscana in col­laborazione con Anci Toscana, Federsanità Anci, Centro Nazionale Trapianti e AIDO ha avviato una campagna di sensibilizzazione attraverso il progetto “Una scelta in comune” : nel caso in cui il cittadino decida di esprimere la propria volontà – sia essa positiva o negativa – questa confluirà direttamente nel Sistema Informativo Trapianti, il database del Ministero della salute, consultabile 24 ore su 24; il dato acquisito non viene indicato sul documento di identificazione ed è possibile modificare in qualsiasi momento la scelta indicata, comunicandolo alla propria Asl.

 

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La condizione abitativa in Toscana, tra luci e ombre

by Luca Caterino on 16 February 2016

Il Rapporto dell’Osservatorio Sociale Regionale svela che il 92% degli assegnatari di alloggi popolari è di cittadinanza italiana. Migliora lo stato di salute del mercato immobiliare, mentre forti criticità permangono sul fronte degli sfratti.

Dati interessanti provengono dalla fotografia scatta dall’Osservatorio Sociale attraverso il IV Rapporto sulla condizione abitativa in Toscana: da un lato, nel corso del 2014, si è osservata una ripresa del mercato immobiliare, grazie alla crescita delle compravendita di immobili residenziali (+5,6%) sostenuta da prezzi ancora in calo e da una prima ripresa dei mutui concessi dagli istituti di credito (+14,9%); gli aspetti di maggiore criticità continuano a riguardare l’emergenza sfratti, con l’aumento dei provvedimenti (+2,3%) e, soprattutto, delle esecuzioni di sfratto (+15,5%). Confrontando i dati degli sfratti in Toscana con la popolazione residente, si osserva un provvedimento di sfratto ogni 269 famiglie (mentre il dato nazionale è di uno ogni 334 famiglie) e un’esecuzione ogni 494 famiglie (contro le 715 in Italia). Il peggior rapporto tra provvedimenti di sfratto emessi e famiglie residenti si registra nelle province di Prato (1/152) e Pistoia (1/217). Ancora non provengono segnali positivi dall’Edilizia: prosegue il calo di nuove costruzioni che, nel 2013 (ultimo dato disponibile), sono quasi dimezzate (-46,1%) rispetto all’anno precedente.

A fronte delle difficoltà segnalate rispetto al bisogno primario dell’abitazione, la risposta pubblica ha agito su diversi fronti: dal Fondo sociale per l’affitto (oltre 20 milioni di euro, di cui circa 8 stanziati dalla Regione), al Fondo nazionale per la morosità incolpevole, grazie al quale nel 2014 sono stati assegnati 3,7 milioni di euro ai Comuni capoluogo ed i Comuni ad alta tensione abitativa, e il “Fondo sfratti”, con 4 milioni di euro di stanziamento regionale finalizzati ad evitare l’esecuzione degli sfratti per morosità di famiglie in temporanea difficoltà. Quest’ultimo strumento, nel 2014, ha visto un tasso di copertura delle domande pari al 69,8% dei richiedenti (731 beneficiari); il contributo medio erogato è stato di 5.466 euro.

Particolarmente interessante è l’approfondimento contenuto nel Rapporto che, in continuità con gli scorsi anni, analizza il patrimonio di edilizia pubblica e le caratteristiche degli assegnatari degli alloggi. Il patrimonio Erp gestito dalle undici Aziende pubbliche per la casa operative in Toscana è composto da 49.361 unità immobiliari (cui se ne aggiungono 1.283 in costruzione), più del 55% delle quali concentrate a Firenze (25,8%), Livorno (16,9%) e Pisa (12,5%). In Toscana in media si ha un alloggio di edilizia residenziale pubblica ogni 33,2 famiglie, contro il dato nazionale di un alloggio ogni 34,8 famiglie.

Maggiore disponibilità di alloggi si ha a Livorno (1 alloggio ogni 18,7 famiglie), Massa Carrara (1 ogni 23,4), Pisa (1 ogni 29,2) e Firenze (1 ogni 29,6). Minore disponibilità a Pistoia (1 ogni 58,5) e Prato (1 ogni 57,4).

Le famiglie che in Toscana vivono all’interno di un alloggio Erp sono 47.602 per un totale di 115.708 persone (2,43 componenti per famiglia). In tutto rappresentano quasi il 3% dei residenti nella regione e il 18,3% delle famiglie che vive in affitto. Nel 92% degli alloggi almeno un assegnatario ha la cittadinanza italiana: tale dato sconfessa quindi senza possibilità di replica l’affermazione secondo cui l’accesso all’alloggio popolare sarebbe una prerogativa dei soli cittadini stranieri.

Nel 27,4% dei casi la famiglia che vive nell’alloggio è composta da una sola persona, in valori assoluti si tratta di 13mila famiglie  unipersonali. Di queste 1.783 sono con assegnatario di età superiore  ad 85 anni. Il 94,7% degli alloggi Erp risulta assegnato a inquilini con regolare contratto di locazione, mentre le occupazioni senza titolo/abusive rappresentano l’1,7% del totale, contro il 6,2% del dato nazionale.

Il quadro generale offerto dal Rapporto ci mostra quindi un leggero miglioramento di alcuni indici relativi al mondo dell’abitazione, anche se permangono forti criticità sul fronte degli sfratti. Il patrimonio Erp, in tal senso, rappresenta un’importante risposta alle difficoltà economiche delle famiglie, accentuatesi negli ultimi anni, tuttavia i dati relativi alle graduatorie ci mostrano come soltanto circa il 12-13% dei nuclei presenti all’interno delle graduatorie comunali (di durata triennale) riesce ad avere accesso all’alloggio popolare. Un problema in tal senso, comune all’intero Paese, riguarda il basso tasso di turnover che, nella sostanza, viene garantito soltanto alla morte degli occupanti degli alloggi. Oltre all’accrescimento del patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblico, una maggiore efficacia delle politiche dell’alloggio (in termini di risposta ai bisogni di un pubblico più ampio) dovrebbe essere garantita dal passaggio ad una logica di “transitorietà” dell’alloggio popolare, utile cioè a supportare il nucleo familiare all’interno di periodi di difficoltà e facilitarne il miglioramento delle condizioni economiche che potranno quindi consentire, allo stesso nucleo, di potersi rivolgere al mercato privato della locazione, “liberando” risorse che potranno essere utilizzate per altri soggetti in difficoltà.

Il IV Rapporto sulla condizione abitativa in Toscana, è scaricabile dal sito web dell’Osservatorio Sociale Regionale

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Alternanza scuola-lavoro: si può fare (da reteSviluppo)!

by Luca Caterino on 28 January 2016

Nel dibattito sulla “Buona Scuola”, che ha occupato buona parte dell’opinione pubblica sulla stabilizzazione del personale docente precario (tema indubbiamente importante, ma di ancor più forte impatto mediatico), è passato quasi in sordina il nuovo modello di alternanza scuola-lavoro previsto dalla riforma: rivolto a tutti gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno degli istituti superiori, prevede obbligatoriamente un percorso di orientamento utile ai ragazzi nella scelta che dovranno fare una volta terminato il percorso di studio. Il periodo di alternanza scuola-lavoro si articola in 400 ore per gli istituti tecnici e 200 ore per i licei e si realizza sia attraverso attività dentro la scuola, che fuori da essa (nelle aziende, ad esempio).

Il nuovo modello intende avvicinarsi al cd. “Sistema Duale”, che vede la sua più nota applicazione all’interno del modello tedesco, dove il sistema di istruzione in alternanza è organizzato all’interno della scuola, Berufsschule, e dell’azienda. L’obiettivo è quello di colmare il gap, costantemente lamentato dal mondo produttivo, tra le esigenze professionali delle aziende e quelle detenute dai giovani in uscita dai percorsi scolastici. Allo stesso tempo il nuovo modello vuole essere più attrattivo nei confronti delle giovani generazioni, andando così ad impattare sul tasso di dispersione scolastico, che in Italia raggiunge una delle quote più elevate a livello europeo.

La sperimentazione del Sistema Duale nel nostro Paese consentirà, nel prossimo biennio, a circa 60 mila giovani di poter conseguire i titoli di studio con percorsi formativi che prevedono, attraverso modalità diverse, una effettiva alternanza scuola-lavoro: per una parte dei giovani studenti l’apprendimento in impresa avverrà tramite un contratto di apprendistato di primo livello, mentre per l’altra parte avverrà attraverso l’introduzione dell’alternanza “rafforzata” di 400 ore annue a partire dal secondo anno del percorso di istruzione e formazione professionale.

Anche reteSviluppo crede nella bontà di un modello che cerca di creare reali sinergie tra scuola, istituzioni e mondo produttivo: a tale scopo abbiamo sottoscritto un accordo, con il contributo di Confcooperative, che ci consentirà di ospitare – durante il prossimo mese di febbraio –  5 giovani del Liceo delle Scienze Umane, opzione Economico-Sociale, Niccolò Machiavelli di Firenze. Anche per noi quest’esperienza rappresenta una novità, avendo finora collaborato soprattutto con l’Università, tuttavia riteniamo che proprio il contatto con gli istituti superiori possa essere una sfida interessante e offrire possibilità di contaminazione e apprendimento reciproco tra la nostra realtà e quella della scuola superiore.

Cosa apprenderanno questi 5 ragazzi dall’esperienza con reteSviluppo? Anzitutto si confronteranno con la forma di impresa cooperativa e i suoi meccanismi di funzionamento, apprendendo – e sperimentando sul campo – alcune competenze strettamente legate ai nostri ambiti di attività: ricerca sociale ed economica, partecipazione e cittadinanza attiva, servizi alle imprese, comunicazione. Cosa chiederemo loro? Di essere curiosi, propositivi, di metterci in difficoltà nel rispondere alle loro mille curiosità, di ispirarci nuove idee.

Insomma, non vediamo l’ora di conoscerli. Voi state pure tranquilli, vi racconteremo com’è andata!

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Da operai a imprenditori, Workers Buyout in Garfagnana (LU): la storia di P.M.I.

by Luca Caterino on 23 December 2015

Chi ha mai sentito parlare di Workers Buyout (WBO)? In pochi, forse, e di certo l’utilizzo di inglesismi per indicare imprese in fallimento recuperate dai lavoratori non aiuta la conoscenza di un fenomeno che, complice la crisi economica, si è notevolmente sviluppato negli ultimi anni: ad oggi nel nostro Paese risultano presenti 69 WBO, concentrati soprattutto in Emilia-Romagna (20) e Toscana (14). Tale concentrazione territoriale (circa la metà dell’intero fenomeno) non pare casuale, ma va verosimilmente ricondotta alla particolare rilevanza che in tali regioni assumono i movimenti cooperativi, le cui caratteristiche connaturate al modello imprenditoriale bene si prestano alla strutturazione dei WBO.

In poche parole, Workers Buyout sta ad indicare un’operazione di “salvataggio” da parte dei dipendenti, che rilevano l’impresa per cui lavorano, in crisi economica o con difficoltà a gestire il ricambio generazionale: la NewCo nasce con l’acquisizione del capitale sociale della vecchia impresa da parte dei propri dipendenti, siano essi dirigenti, impiegati e/o operai, i quali finanziano l’intervento attraverso risparmi personali, il TFR e/o l’anticipo dell’indennità di mobilità.

P.M.I. (Produzione Montaggio Impianti) è una di queste realtà, cooperativa nata a fine 2011 sulle ceneri di un’azienda operante lungo tutta la filiera della produzione impianti, dalla progettazione fino alla commercializzazione. Abbiamo intervistato Ercolano Toni, uno degli 11 coraggiosi dipendenti che ha deciso di diventare imprenditore e cooperatore.

Come è nata l’idea di costituire un WBO?

Nel momento in cui l’azienda per cui lavoravamo è stata messa in liquidazione coatta: un ramo d’azienda era stato rilevato da un grosso player ligure, che allo stesso tempo ci ha spinto per costituire una nuova impresa operante sul lato produzione, in modo tale che non andassero perse le maestranze e le competenze sviluppate negli anni. Abbiamo quindi deciso, in 11 persone tra i 25 dipendenti della vecchia azienda, di mettere su una cooperativa, che ha iniziato a lavorare grazie alle commesse dell’azienda ligure che ci aveva spinti verso il WBO: ancora oggi costituisce il nostro principale committente, ma stiamo lavorando per differenziare sempre più il portafoglio clienti.

Nella fase di costituzione dell’azienda, abbiamo avuto un importante aiuto dalla Lega delle Cooperative, che ci ha indirizzato verso la strada da intraprendere. Il capitale iniziale per costituire l’azienda è venuto dall’anticipo della mobilità.

Prima di questa esperienza, aveva mai pensato all’idea di mettersi in proprio?

Mai, ero sempre stato un dipendente; all’inizio lavoravo in officina e poi mi sono occupato dell’ufficio acquisti.  Mai poi avrei pensato di poter avviare un’esperienza in cooperativa, invece mi sono dovuto ricredere, perché in casi come il nostro la cooperativa ha tirato fuori il meglio delle persone, per la costruzione di una logica imprenditoriale tra persone che, fino a quel momento, avevano sempre lavorato come dipendenti.

Quali sono stati i numeri della vostra crescita?

Siamo partiti nel 2012 con un piccolo piano industriale da 800 mila euro, mentre quest’anno dovremmo avvicinarci a 2 milioni. Sulla base di questa crescita stiamo lavorando ad un nuovo piano industriale, sia pensando ai ricambi di coloro che si avvicinano alla pensione, sia per effettuare nuovi investimenti per macchinari. Dal punto di vista delle risorse umane, siamo partiti in 11 soci, mentre oggi siamo 12 soci lavoratori, 2 dipendenti a tempo indeterminato e 3 collaboratori con contratto di apprendistato. Il nostro obiettivo è quello di allargare la nostra base sociale a tutti i lavoratori, perché ciò crea un altro modo di vivere e sentire l’azienda in cui si lavora, crea responsabilità da parte di tutti, dagli operai fino alle figure che si occupano della parte più manageriale.

Quali sono le vostre prossime sfide?

Come dicevo, stiamo lavorando ad un nuovo piano industriale. Un’ulteriore sfida potrebbe essere data dal ripensare alla nostra organizzazione, nel prevedere l’inclusione di figure professionali più adeguate e preparate ad affrontare certi numeri e aspetti quali i rapporti con le banche, la ricerca di nuovi clienti, ecc. In un’ottica di crescita, è importante riconoscere che alcune competenze non si improvvisano.

Quali sono le condizioni in cui è possibile replicare il modello WBO?

La crisi e le chiusure di aziende hanno portato molte persone, prima dipendenti, a pensare a forme diverse di rapportarsi con il lavoro. Il WBO dà la possibilità alle persone di sperimentarsi come imprenditori, a partire dalle competenze che in precedenza hanno sviluppato come lavoratori. Nei momenti iniziali la cooperativa può essere fondamentale per creare un gruppo coeso e che vada nella stessa direzione. Anche il contesto territoriale è importante: in un’area, come la nostra (Garfagnana, ndr.) dove non vi sono molte opportunità economiche, le persone possono avere più spinta ad uscire fuori dai soliti binari per intraprendere strade nuove, come abbiamo fatto noi.

Crisi come opportunità, quindi, e legame con il territorio.

Esatto. Rispetto al legame tra impresa e territorio, chiudo con un dato per noi significativo: l’anno scorso, tra paghe e contributi, abbiamo distribuito nella nostra zona circa 620 mila euro. Questo è un dato semplice che deve far pensare all’importanza di fare impresa soprattutto all’interno di zone, come la Garfagnana, che sotto il profilo geografico e di infrastrutture presentano un gap rispetto ad altre aree più centrali della Toscana.

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Luca CaterinoDa operai a imprenditori, Workers Buyout in Garfagnana (LU): la storia di P.M.I.

Sharing Economy nel turismo, innovandolo: Guide Me Right

by Luca Caterino on 1 December 2015

Luca Sini, trentenne sassarese, incarna perfettamente lo spirito della generazione dei “Millennials”, ovvero quei ragazzi nati tra l’inizio degli anni ’80 e la fine degli anni ‘90 perfettamente a proprio agio con le nuove tecnologie digitali, tanto da trasformarle nel proprio lavoro.

Nel suo caso, però, lavoro vuol dire autoimprenditorialità e, soprattutto, Sharing Economy, essendo co-fondatore e CEO di Guide Me Right, una piattaforma digitale tutta Made in Italy che consente ai viaggiatori di provare nuove esperienze di viaggio grazie ai ‘Local Friend’, persone del posto che organizzano itinerari inediti basati sulla filosofia del ‘turismo esperienziale’. Al contrario di altre piattaforme di Sharing Economy, come ad esempio Uber e Airbnb, Guide Me Right non entra in diretta concorrenza con gli operatori tradizionali (in questo caso, le guide turistiche), ripensando piuttosto l’esperienza di viaggio e centrandola maggiormente sulle aspettative del turista.

Lo abbiamo intervistato per capire meglio la filosofia delle piattaforme di Sharing e il perché questi soggetti incontrano oggi una grossa resistenza da parte degli operatori economici tradizionali.

Come nasce Guide Me Right?

Nasce da una combinazione di esperienze professionali e personali di tipo accademico: ho fatto l’Erasmus e poi mi sono trovato ad ospitare degli spagnoli in Sardegna, quindi io stesso ho fatto da Local Friend; ho studiato poi il funzionamento delle agenzie di viaggio on line e, durante un master in Inghilterra, ho studiato i sistemi di rating peer to peer, alla TripAdvisor, nel sistema turistico. Dalla combinazione di queste cose, è venuto fuori lo spunto per Guide Me Right, che si basa sull’idea di viaggiare che piace a me e a tutti quelli che fanno parte del team, ovvero in compagnia di un amico del posto. L’idea è stata presentata nel 2013 allo Start up weekend di Tiscali, dove ha vinto il premio, dandoci quindi la possibilità di far partire il progetto.

Quante persone hanno aderito ad oggi alla piattaforma?

Oggi abbiamo raggiunto i 300 Local Friend in Italia, i quali offrono oltre 900 diverse esperienze di viaggio. Stiamo crescendo abbastanza velocemente: meno di un mese fa avevamo circa 250 Local friend attivi. Il nostro obiettivo è arrivare, entro i prossimi 6 mesi, a 1.000 Local Friend in tutta Italia, ma pure quello di diffondere il servizio in maniera capillare anche ad altri Paesi.

Vi sono alcuni grossi player (Uber, Airbnb) che vengono criticati, perché accusati di fare concorrenza sleale. Queste accuse sono state rivolte anche a voi? Se sì, cosa rispondete a queste critiche?

Queste critiche sono arrivate anche a noi. Dal mio punto di vista non si può generalizzare, perché ogni piattaforma è diversa da tutte le altre, per cui Guide Me Right non può essere paragonata a Uber. Credo che bisogna comunque fare i conti con il processo di liberalizzazione che è in atto negli ultimi anni: se fino a 20 anni fa un commerciante era tranquillo e garantito da una licenza di vendita, improvvisamente queste licenze hanno smesso di avere valore. È inoltre cambiato il meccanismo di costruzione della reputazione delle attività: ormai una certificazione da parte di un ente vale certamente meno del ranking di una determinata attività su TripAdvisor . Chi in passato ha lavorato per acquisire quelle certificazioni, oggi cerca di difendere la  propria posizione; dal mio punto di vista deve cambiare la mentalità e cambiare questo tipo di equilibri: l’ente certificatore non può essere più il pubblico o un privato, ma una comunità di utenti fruitori di un determinato bene o servizio.

A che punto è la normativa italiana sulla Sharing Economy?

C’è un totale vuoto normativo. Ci sono delle norme che ambiscono a regolare delle professioni, ma creano dei problemi perché, oltre ad essere spesso opache, cambiano da regione a regione, a volte contraddicendo la giurisprudenza europea. Il fatto è che le norme ad oggi esistenti sono nate e sono state pensate per un altro tipo di società, ovvero sono regole che andavano bene per il periodo in cui sono state formulate.

Agli albori della Sharing economy le esperienze partivano soprattutto dal basso. Con il tempo si sono però costruiti monopoli, o oligopoli, detenuti da grosse compagnie private. Ritieni che possa essere un rischio per la Sharing economy perdere la propria natura bottom up?

Nella Sharing economy credo sia fondamentale la presenza di grossi player in grado di assicurare tanta domanda e tanta offerta all’interno del marketplace. Sono servizi offerti da non professionisti, per cui occorre che ci sia una vasta offerta garantita da grossi attori che aggregano i soggetti che vi partecipano. Questa concentrazione può essere un rischio? In realtà le piattaforme di Sharing economy si basano sui meccanismi della community, su un sistema di valutazione reciproca degli utenti, su un senso di appartenenza senza i quali non avrebbero ragione di esistere.

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Sharing economy, solo una moda passeggera?

by Luca Caterino on 11 November 2015

La Sharing economy, o economia della condivisione, può essere definita un paradigma economico basato non sul concetto di proprietà, ma su quello di accesso e riuso di beni, risorse e servizi sottutilizzati. All’interno di questo paradigma, saltano i classici ruoli detenuti da imprese e consumatori, con questi ultimi che diventano soggetti attivi anche nella fase di produzione e vendita di un bene e/o servizio. Uber e BlaBlaCar (mobilità), Airbnb e Guide Me Right (turismo) sono soltanto alcune delle piattaforme digitali di Sharing economy più conosciute ed utilizzate, rispetto alle quali è nel frattempo nato un acceso dibattito sulla legittimità di tali soggetti ad operare sul mercato in condizioni che i critici definiscono di concorrenza sleale.

L’economia della condivisione non è un fenomeno recente, basti pensare alle banche del tempo – grazie alle quali le persone possono reciprocamente scambiarsi attività, servizi e saperi – o a forme di baratto che consentono un nuovo ciclo di utilizzo per beni non pienamente sfruttati. Il fenomeno tuttavia, complice anche la crisi economica esplosa nella seconda metà del 2008, ha conosciuto una nuova ribalta inizialmente grazie soprattutto a forme organizzative nate dal basso, come i Gruppi di Acquisto Solidali (GAS), le Social street e i coworking.

Il portentoso sviluppo della Sharing Economy osservato negli ultimi anni ha beneficiato soprattutto della possibilità, offerto dalle tecnologie digitali e dai social media, di abbattimento delle distanze fisiche tra domanda e offerta, le quali hanno dato la possibilità di incontrarsi attraverso una piattaforma presente sulla rete Internet. Proprio il World Wide Web ha consentito ad alcune di queste piattaforme di realizzare tassi di crescita sconosciuti per la maggior parte delle imprese tradizionali: Airbnbn, che permette a privati proprietari di immobili di affittare gli stessi ad uso turistico, offre oggi alloggi in oltre 134.000 città sparse in 192 Paesi del mondo. La società, fondata nel 2007, può contare su un’offerta ricettiva di un milione e mezzo di alloggi in tutto il mondo (pur non essendo proprietaria di nessuno di essi), surclassando catene alberghiere internazionali quali Marriott, Hilton e Intercontinental. L’Italia è il terzo mercato mondiale dopo Usa e Francia: sono 180 mila in totale gli immobili disponibili, di cui 18.000 a Roma e 14.000 a Milano, mentre Firenze ne ospita quasi 5.800.

Come accennato, soggetti quali Uber e la stessa Airbnb sono di recente finite sotto l’occhio del ciclone, accusate di concorrenza sleale, sfruttamento di lavoro irregolare ed evasione fiscale. Ciò che è certo, è che queste piattaforme sono nate e cresciute in un contesto normativo che non prevedeva leggi specifiche atte a regolamentarle, anche se la Commissione Europea ha di recente lanciato una road map per normare il settore, non in un’ottica restrittiva ma di tutela delle principali regole della concorrenza e della normativa fiscale.

I dibattiti sulla Sharing economy si vogliono solitamente ridurre all’essere pro o contro di essa, spesso dimenticando che l’economia collaborativa è fatta di diverse sfaccettature, a partire dai modelli in cui il profitto resta il fine principale (Uber, Airbnb) fino a quelli in cui, di converso, le finalità solidaristica e di creazione di community orizzontali prevalgono (social street, co-housing sociale, banche del tempo, ecc.). Ciò che accomuna queste diverse esperienze, tuttavia, è il ruolo riconosciuto all’utente/cliente, che si fa soggetto attivo nella produzione del bene, nella creazione della community di riferimento e nel processo di accreditamento sociale che caratterizza le diverse piattaforme. Allo stesso tempo, poi, appare chiaro che la Sharing economy non costituirà un fuoco fatuo, quanto piuttosto un nuovo modo di intendere le relazioni economiche e sociali, che probabilmente non soppianterà il tradizionale modello capitalistico, ma che sicuramente si affiancherà ad esso .

Il tema è molto ampio, probabilmente troppo per essere affrontato in maniera esaustiva all’interno di un articolo. Per questo motivo torneremo presto sull’argomento, anche interpellando alcune delle piattaforme più conosciute nel panorama italiano della Sharing Economy.

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Luca CaterinoSharing economy, solo una moda passeggera?