workers buyout

Da operai a imprenditori, Workers Buyout in Garfagnana (LU): la storia di P.M.I.

di Luca Caterino scritto il 23 dicembre 2015

Chi ha mai sentito parlare di Workers Buyout (WBO)? In pochi, forse, e di certo l’utilizzo di inglesismi per indicare imprese in fallimento recuperate dai lavoratori non aiuta la conoscenza di un fenomeno che, complice la crisi economica, si è notevolmente sviluppato negli ultimi anni: ad oggi nel nostro Paese risultano presenti 69 WBO, concentrati soprattutto in Emilia-Romagna (20) e Toscana (14). Tale concentrazione territoriale (circa la metà dell’intero fenomeno) non pare casuale, ma va verosimilmente ricondotta alla particolare rilevanza che in tali regioni assumono i movimenti cooperativi, le cui caratteristiche connaturate al modello imprenditoriale bene si prestano alla strutturazione dei WBO.

In poche parole, Workers Buyout sta ad indicare un’operazione di “salvataggio” da parte dei dipendenti, che rilevano l’impresa per cui lavorano, in crisi economica o con difficoltà a gestire il ricambio generazionale: la NewCo nasce con l’acquisizione del capitale sociale della vecchia impresa da parte dei propri dipendenti, siano essi dirigenti, impiegati e/o operai, i quali finanziano l’intervento attraverso risparmi personali, il TFR e/o l’anticipo dell’indennità di mobilità.

P.M.I. (Produzione Montaggio Impianti) è una di queste realtà, cooperativa nata a fine 2011 sulle ceneri di un’azienda operante lungo tutta la filiera della produzione impianti, dalla progettazione fino alla commercializzazione. Abbiamo intervistato Ercolano Toni, uno degli 11 coraggiosi dipendenti che ha deciso di diventare imprenditore e cooperatore.

Come è nata l’idea di costituire un WBO?

Nel momento in cui l’azienda per cui lavoravamo è stata messa in liquidazione coatta: un ramo d’azienda era stato rilevato da un grosso player ligure, che allo stesso tempo ci ha spinto per costituire una nuova impresa operante sul lato produzione, in modo tale che non andassero perse le maestranze e le competenze sviluppate negli anni. Abbiamo quindi deciso, in 11 persone tra i 25 dipendenti della vecchia azienda, di mettere su una cooperativa, che ha iniziato a lavorare grazie alle commesse dell’azienda ligure che ci aveva spinti verso il WBO: ancora oggi costituisce il nostro principale committente, ma stiamo lavorando per differenziare sempre più il portafoglio clienti.

Nella fase di costituzione dell’azienda, abbiamo avuto un importante aiuto dalla Lega delle Cooperative, che ci ha indirizzato verso la strada da intraprendere. Il capitale iniziale per costituire l’azienda è venuto dall’anticipo della mobilità.

Prima di questa esperienza, aveva mai pensato all’idea di mettersi in proprio?

Mai, ero sempre stato un dipendente; all’inizio lavoravo in officina e poi mi sono occupato dell’ufficio acquisti.  Mai poi avrei pensato di poter avviare un’esperienza in cooperativa, invece mi sono dovuto ricredere, perché in casi come il nostro la cooperativa ha tirato fuori il meglio delle persone, per la costruzione di una logica imprenditoriale tra persone che, fino a quel momento, avevano sempre lavorato come dipendenti.

Quali sono stati i numeri della vostra crescita?

Siamo partiti nel 2012 con un piccolo piano industriale da 800 mila euro, mentre quest’anno dovremmo avvicinarci a 2 milioni. Sulla base di questa crescita stiamo lavorando ad un nuovo piano industriale, sia pensando ai ricambi di coloro che si avvicinano alla pensione, sia per effettuare nuovi investimenti per macchinari. Dal punto di vista delle risorse umane, siamo partiti in 11 soci, mentre oggi siamo 12 soci lavoratori, 2 dipendenti a tempo indeterminato e 3 collaboratori con contratto di apprendistato. Il nostro obiettivo è quello di allargare la nostra base sociale a tutti i lavoratori, perché ciò crea un altro modo di vivere e sentire l’azienda in cui si lavora, crea responsabilità da parte di tutti, dagli operai fino alle figure che si occupano della parte più manageriale.

Quali sono le vostre prossime sfide?

Come dicevo, stiamo lavorando ad un nuovo piano industriale. Un’ulteriore sfida potrebbe essere data dal ripensare alla nostra organizzazione, nel prevedere l’inclusione di figure professionali più adeguate e preparate ad affrontare certi numeri e aspetti quali i rapporti con le banche, la ricerca di nuovi clienti, ecc. In un’ottica di crescita, è importante riconoscere che alcune competenze non si improvvisano.

Quali sono le condizioni in cui è possibile replicare il modello WBO?

La crisi e le chiusure di aziende hanno portato molte persone, prima dipendenti, a pensare a forme diverse di rapportarsi con il lavoro. Il WBO dà la possibilità alle persone di sperimentarsi come imprenditori, a partire dalle competenze che in precedenza hanno sviluppato come lavoratori. Nei momenti iniziali la cooperativa può essere fondamentale per creare un gruppo coeso e che vada nella stessa direzione. Anche il contesto territoriale è importante: in un’area, come la nostra (Garfagnana, ndr.) dove non vi sono molte opportunità economiche, le persone possono avere più spinta ad uscire fuori dai soliti binari per intraprendere strade nuove, come abbiamo fatto noi.

Crisi come opportunità, quindi, e legame con il territorio.

Esatto. Rispetto al legame tra impresa e territorio, chiudo con un dato per noi significativo: l’anno scorso, tra paghe e contributi, abbiamo distribuito nella nostra zona circa 620 mila euro. Questo è un dato semplice che deve far pensare all’importanza di fare impresa soprattutto all’interno di zone, come la Garfagnana, che sotto il profilo geografico e di infrastrutture presentano un gap rispetto ad altre aree più centrali della Toscana.

Luca Caterino

poco esperto, ma tanto curioso di economia e innovazione sociale

Luca CaterinoDa operai a imprenditori, Workers Buyout in Garfagnana (LU): la storia di P.M.I.

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