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Impresa sociale: iniziamo a conoscerla

di Rete Sviluppo scritto il 6 novembre 2013

Questo articolo è un estratto da un’intervista sul tema dell’impresa sociale con il Professore Filippo Buccarelli, docente incaricato della Scuola di Scienze Politiche e Sociali “Cesare Alfieri” di Firenze e ricercatore di CAMBIOCentro Studi sulle Trasformazioni Sociali dell’Ateneo di Firenze.

Oggi il tema dell’impresa sociale, a causa della crisi che dal 2008 ha condizionato in modo determinante la nostra vita e ha cambiato il mondo rendendolo un posto nuovo da codificare, si è fatto spazio in modo prepotente nel dibattito accademico e istituzionale. Ma cosa è l’impresa sociale, quale è il suo campo di azione e perché è vista da alcuni come uno strumento valido per uscire dalla crisi?

Partiamo da cosa è impresa sociale in Italia. Fino al 2005 in Italia l’impresa sociale era la cooperativa sociale. Con l’introduzione della legge delega 118 del 2005 e del d.lgs attuativo 155 del 2006 si definisce il soggetto giuridico di “impresa sociale” ampliando la platea dalle cooperative sociali no profit anche ad imprese orientate al profit. Oltre a quelli tradizionali delle cooperative sociali, ovvero il socio-sanitario, l’educativo e l’inserimento dei soggetti svantaggiati, si ampliano gli ambiti di intervento a settori produttivi diversi come potrebbero essere il turismo sociale, la gestione dei beni culturali e il settore della green economy.

Molte cooperative, nonostante abbiano la possibilità formale di mutuarsi in imprese sociali, rimangono tali. Se si va a guardare le adesioni all’Albo della Camera di Commercio dedicato a questo tipo di imprese se ne trovano pochissime. Le poche adesioni trovano motivazione in una normativa che, oltre a essere farraginosa e incoerente, offre pochi vantaggi rispetto a quelli dedicati alle cooperative, inoltre alcune ricerche mostrano una carenza di informazione presso gli imprenditori stessi, che spesso non sono nemmeno a conoscenza della possibilità di fare questo tipo di impresa.

In Europa ci sono dei casi nazionali che offrono importanti spunti di confronto con il caso italiano. Il caso inglese è uno dei più interessanti nel panorama europeo, in questo campo di intervento si hanno procedure più snelle, rispetto a quelle che ci possono essere nel nostro paese, che hanno permesso di aprire il campo dell’intervento sociale anche ad imprese orientate al profit e non solo alle cooperative. La possibilità di ricorrere all’azionariato diffuso (suddivisione del capitale sociale dell’impresa tra molti azionisti, che possono avere solo il 3 – 5% delle azioni), introduce una logica di profitto nel campo dell’intervento sociale e dà la possibilità a queste imprese di trovare fondi aggiuntivi che le rende autonome dall’intervento pubblico. Osservando i diversi casi europei si evidenza una certa correlazione tra il modello di welfare di un paese e la diffusione dell’impresa sociale.

In generale si può dire che dove manca il pubblico (Inghilterra) e dove è andato clamorosamente in crisi (Italia), l’impresa sociale ha preso più campo.

Abbiamo precedentemente descritto alcuni ambiti in cui opera l’impresa sociale, ma in generale si può identificare nell’economia sociale il suo principale campo di azione. In essa si sviluppano gli scambi orientati a produrre beni pubblici, ovvero beni per la comunità (dall’inserimento socio-lavorativo delle persone deboli, alla salvaguardia, manutenzione del territorio). Come ogni impresa che agisce su un mercato, anche l’impresa sociale produce delle esternalità positive e delle diseconomie. L’inclusione sociale che un’impresa che impiega più del 30% del personale affetto da handicap, è senza dubbio un’esternalità positiva, tuttavia non si può altrettanto essere ottimisti per quanto riguarda un esempio noto a tutti come il caso dell’ILVA di Taranto. Sebbene sia la principale fonte di reddito per gran parte della cittadinanza, e quindi possa svolgere una funzione importante di sostentamento per la rete sociale, essa produce delle diseconomie di entità disastrosa per la salute di chi vi lavora e di chi vive a Taranto e dintorni.

Un aspetto caratterizzante l’impresa sociale è la sua stretta relazione con il territorio. Essa non può prescindere dal contesto in cui è inserita, nemmeno se lo volesse. Il tipo di economia in cui opera è produttrice di beni così detti relazionali, per tanto questo tipo di impresa ha bisogno di creare quella serie di relazioni che legano il suo operato all’ambiente che la circonda. Per essere sociale infatti un’impresa non può avere come principale obiettivo la mera massimizzazione del profitto, come qualsiasi altra impresa orientata al mercato, perché non svolgerebbe la sua azione principale, che è appunto quella sociale. L’impresa sociale deve essere vicina ai bisogni del territorio in cui è insediata e avere cari i temi che riguardano la qualificazione e salvaguardia dello stesso, e questo suo interesse non solo la preserva dall’avere un orientamento incentrato solo sul profitto, costituisce l’oggetto principale della sua azione.

Sempre considerando l’aspetto locale dell’impresa sociale è necessario prestare attenzione anche al ruolo della politica e all’influenza che esercita su questo particolare settore. In Italia l’ente locale influenza in modo determinante le modalità di azione e i criteri di intervento delle cooperative attive sul territorio. Si determinano i costi di un servizio, stanziando un numero limitato di risorse e si creano spesso servizi ad hoc sapendo già a chi affidarli. Questa dipendenza dai soldi pubblici è un problema grave per le cooperative sociali che non riescono ad emanciparsi dal potere pubblico. La politica potrebbe oltretutto avere anche un’importanza rilevante nella riformulazione in senso più flessibile della normativa vigente riguardante il settore, garantendo la germinazione spontanea di questo tipo di imprese.

Per concludere si propone una riflessione sulla funzione che l’impresa sociale potrebbe avere in questa fase di transizione che stiamo vivendo dallo scoppio della crisi del 2008. Come dice il professore Buccarelli infatti, “Il punto è che siamo arrivati a un momento storico in cui non si può più pensare che un’impresa sia solo for profit e una for no profit. L’impresa for profit lasciata a se stessa, brucia tutto. L’impresa no profit lasciata a se stessa, muore”. Si può così pensare all’impresa sociale come un nuovo ente intermedio tra il profit e il no profit.

Restando ferma la necessità di questa commistione tra i due poli del profit e del no profit, non si può pensare che l’impresa sociale possa costituire il paradigma del capitalismo del XXI secolo, come sostiene l’economista Zamagni. Vi sono alcuni settori produttivi che non possono funzionare con le sue logiche, perché essa è di per sé poco produttiva. Non vi sono tecnologie che automatizzano e velocizzano alcuni processi necessari alla competizione sul mercato. E, come abbiamo precedentemente detto, opera all’interno dell’economia sociale che produce beni relazionali, cioè beni il cui valore aggiunto sta nell’interazione tra l’operatore e l’utente. Richiede tempo, pazienza, competenza, professionalità.

La conversazione si conclude con una riflessione che il professore fa sul concetto di impresa sociale:

“mettere insieme le parole “impresa” e “sociale”, sembra un ossimoro; mettere insieme efficienza e profitto all’attenzione per i legami umani, non è una cosa possibile. È una sfida costante, sono due dimensioni che non possono mai essere definitivamente messe insieme. È una dialettica, ed è in essa che sta il motore propulsivo. Questo è tipico dell’azione sociale in generale, che è fatta da individui che non sono mai solo e soltanto esseri sociali, ma sono anche individualità irriducibili. C’è l’interesse personale, e l’ideale. Non esiste ideale che si è affermato senza l’interesse personale”.

Rete Sviluppo

Professionisti e ricercatori che operano in diversi settori: ricerca sociale, economia, business advisory, sviluppo digitale, democrazia diretta e comunicazione.

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