Money transfer e riciclaggio nella comunità cinese tra Firenze e Prato

di Rete Sviluppo scritto il 4 luglio 2014

Negli ultimi mesi nell’area metropolitana toscana, in particolare a Firenze e a Prato, sono aumentate le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette a carico di cittadini stranieri, operazioni che provengono, in via prioritaria, da alcuni Paesi ‘a rischio’. La Cina in questo campo primeggia incontrastata: più del 40% delle segnalazioni di operazioni sospette a carico dei cittadini stranieri riguarda infatti cinesi.

Milioni di euro partono da Prato e Firenze, con destinazione Cina, tramite agenzie di money transfer, passando spesso da anonime fiduciarie e dalla cosiddetta banca di “tramitazione”, ossia la banca attraverso la quale transita il denaro inviato dal money transfer per essere successivamente veicolato alla sua destinazione finale (in alcuni casi, la stessa Bank of China, banca presente in Italia fin dal 1996 e il cui azionista di maggioranza, attraverso la Central Huijin Investment, è niente meno che lo Stato cinese). Secondo i dati della Banca d’Italia, in provincia di Firenze dal 2008 – data di inizio della crisi economica – ad oggi le rimesse cinesi verso la madrepatria ammontano ad oltre mezzo miliardo di euro, circa 94 milioni l’anno. Ancora più rilevante il fenomeno a Prato dove, nello stesso periodo, il territorio ha assistito ad un vero e proprio fiume di denaro in uscita verso la Cina: 267 milioni di euro ogni anno. Non tutto questo denaro è frutto di attività illecita, ma allo stesso tempo è altamente probabile che una parte del fenomeno sia rimasta sotto traccia.

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Già un lavoro su capital flight e paradisi fiscali del Centro Studi Strategici Internazionali imprenditoriali dell’Università di Firenze svelava che tramite filiali colluse di agenzie di money transfer vengono dunque trasferiti i frutti dello sfruttamento del lavoro nero, della contraffazione e dell’evasione fiscale mediante migliaia di tranches sottosoglia di segnalazione, spesso a nome di persone inesistenti o decedute. Alla base di tutto, purtroppo, vi è spesso la clandestinità, che va ad ingrossare le file della manodopera a nero e a basso costo (proprio perché clandestina), utilizzata dai cosiddetti confezionisti cinesi, i quali guadagnano anche con un altro “trucchetto” fiscale, peraltro incentivato dalle norme della madre patria cinese: sull’enorme flusso del denaro dall’Italia alla Cina può infatti influire anche il fatto che il governo cinese concede un notevole credito di imposta a chi esporta tessuti. Così le fatture in partenza dalla Cina sono sovrastimate (per incassare più credito di imposta), mentre quelle in arrivo in Italia sono sottostimate (per pagare meno Iva e dazi). Il destinatario, però, deve comunque poi pagare la differenza e lo fa appunto, a nero, attraverso i money transfer.

I dati della Banca d’Italia, elaborati sulla base delle segnalazioni degli sportelli money transfer, rivelano negli ultimi anni un crollo delle rimesse inviate da Prato e Firenze in Cina, tali dati però sono palesemente contraddetti da quanto invece emerge dalle indagini della Guardia di Finanza, che, anche recentemente, hanno dimostrato che solo alcuni money transfer pratesi hanno in realtà inviato in Cina più di tutte le rimesse che risultavano ufficialmente inviate da tutti gli sportelli della provincia di Prato secondo i dati Bankitalia. Il fenomeno riguarda naturalmente anche Firenze e non solo con riferimento alle rimesse tramite money transfer, tanto che già nel 2011 la Prefettura e la Camera di Commercio di Firenze avevano preparato un vademecum per le imprese su legalità e sicurezza in cui veniva trattato il tema delle transazioni di denaro con l’estero.

Recenti indagini hanno inoltre scoperchiato un giro di evasione per centinaia di milioni di euro: importatori di nazionalità cinese ed italiana immettevano nel territorio comunitario merci di origine e provenienza cinese, dichiarando valori imponibili assolutamente ‘fuori mercato’ e comunque apparentemente inidonei a consentire anche la sola copertura dei costi delle materie prime contenute nelle merci importate. Dietro tali elementi c’era dunque il sospetto di contrabbando doganale aggravato di tessuti, oltre alla commissione di altri reati di natura fiscale. La metodologia fraudolenta si basava in particolare sull’utilizzo di aziende, appositamente costituite, c.d. ‘cartiere’, utilizzate per brevi periodi, prive di una vera e propria struttura operativa (depositi e magazzini), economica e finanziaria, i cui rappresentanti legali, dietro il pagamento di un compenso, accettavano di figurare come titolari o legali rappresentanti delle stesse, senza svolgerne le relative funzioni. Le suddette cartiere all’atto dell’importazione, per non versare l’Iva all’Erario, ricorrevano alla procedura del deposito Iva in regime di sospensione d’imposta. Nello specifico, dopo aver estratto la merce mediante l’emissione di autofattura, la consegnavano direttamente alle ditte cinesi interessate, che in questo modo determinavano un’ingente evasione fiscale e concorrenza sleale nel settore commerciale.

Lo schema di tale tipo di frode è (purtroppo) tipico ed ormai ben conosciuto, basato sullo sfruttamento della possibilità di importare beni senza il pagamento dell’Iva attraverso la loro introduzione in depositi fiscali presenti sul territorio nazionale. La possibilità di estrarre i beni dal deposito fiscale senza che vi sia alcun effettivo esborso d’imposta viene quindi utilizzata dalle società organizzatrici dell’attività fraudolenta per interporre fittiziamente nelle operazioni di estrazione operatori di loro creazione, che non sono altro che le ‘società fantasma’ precedentemente descritte. L’utilizzo dei suddetti operatori commerciali interposti consente inoltre di creare indebiti crediti IVA a favore delle società destinatarie, alle quali le merci vengono successivamente vendute, tramite una vendita nazionale. Formalmente poi le dichiarazioni doganali vengono presentate a nome dei soggetti economici di comodo, al fine di rendere di più difficile individuare la portata della frode, frazionando e celando le reali responsabilità nell’illecito, anche nella prospettiva di ostacolare un’eventuale azione di recupero dei tributi evasi. Il tutto con la complicità di società esportatrici e case di spedizioni, che predispongono o fanno predisporre all’estero la documentazione commerciale e di trasporto necessaria ad aggirare i controlli doganali.

Secondo Lapo Cecconi, ricercatore di reteSviluppo – ente di ricerca spin-off dell’Università di Firenze – le indagini della Guardia di Finanza rivelano sistemi illegali dell’imprenditoria cinese solo all’apparenza complessi, che in realtà sfruttano una regolamentazione dei mercati lacunosa su molti aspetti. Il risultato è che in questi ultimi anni il territorio fiorentino e pratese si sono trovati a tentare di ‘fermare il mare con le mani’: ogni giorno milioni di euro abbandonano queste province, fuoruscendo quindi dal tessuto produttivo locale per dirigersi verso la Cina e altri Paesi. Lasciando per un attimo in secondo piano tutti quegli elementi relativi all’illegalità diffusa e all’evasione fiscale che caratterizza i sistemi che abbiamo descritto, vi è poi un discorso legato alla mancanza di liquidità del territorio, in un periodo storico in cui il sistema bancario evidentemente non sta facendo fino in fondo il proprio dovere di supporto al sistema produttivo. In questo momento siamo come un acquedotto pieno di piccoli fori: se non lo ripariamo per tempo il rischio di restare senza adeguate risorse finirà per diventare sempre più concreto.

Rete Sviluppo

Professionisti e ricercatori che operano in diversi settori: ricerca sociale, economia, business advisory, sviluppo digitale, democrazia diretta e comunicazione.

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