Sharing economy, solo una moda passeggera?

by Luca Caterino on 11 November 2015

La Sharing economy, o economia della condivisione, può essere definita un paradigma economico basato non sul concetto di proprietà, ma su quello di accesso e riuso di beni, risorse e servizi sottutilizzati. All’interno di questo paradigma, saltano i classici ruoli detenuti da imprese e consumatori, con questi ultimi che diventano soggetti attivi anche nella fase di produzione e vendita di un bene e/o servizio. Uber e BlaBlaCar (mobilità), Airbnb e Guide Me Right (turismo) sono soltanto alcune delle piattaforme digitali di Sharing economy più conosciute ed utilizzate, rispetto alle quali è nel frattempo nato un acceso dibattito sulla legittimità di tali soggetti ad operare sul mercato in condizioni che i critici definiscono di concorrenza sleale.

L’economia della condivisione non è un fenomeno recente, basti pensare alle banche del tempo – grazie alle quali le persone possono reciprocamente scambiarsi attività, servizi e saperi – o a forme di baratto che consentono un nuovo ciclo di utilizzo per beni non pienamente sfruttati. Il fenomeno tuttavia, complice anche la crisi economica esplosa nella seconda metà del 2008, ha conosciuto una nuova ribalta inizialmente grazie soprattutto a forme organizzative nate dal basso, come i Gruppi di Acquisto Solidali (GAS), le Social street e i coworking.

Il portentoso sviluppo della Sharing Economy osservato negli ultimi anni ha beneficiato soprattutto della possibilità, offerto dalle tecnologie digitali e dai social media, di abbattimento delle distanze fisiche tra domanda e offerta, le quali hanno dato la possibilità di incontrarsi attraverso una piattaforma presente sulla rete Internet. Proprio il World Wide Web ha consentito ad alcune di queste piattaforme di realizzare tassi di crescita sconosciuti per la maggior parte delle imprese tradizionali: Airbnbn, che permette a privati proprietari di immobili di affittare gli stessi ad uso turistico, offre oggi alloggi in oltre 134.000 città sparse in 192 Paesi del mondo. La società, fondata nel 2007, può contare su un’offerta ricettiva di un milione e mezzo di alloggi in tutto il mondo (pur non essendo proprietaria di nessuno di essi), surclassando catene alberghiere internazionali quali Marriott, Hilton e Intercontinental. L’Italia è il terzo mercato mondiale dopo Usa e Francia: sono 180 mila in totale gli immobili disponibili, di cui 18.000 a Roma e 14.000 a Milano, mentre Firenze ne ospita quasi 5.800.

Come accennato, soggetti quali Uber e la stessa Airbnb sono di recente finite sotto l’occhio del ciclone, accusate di concorrenza sleale, sfruttamento di lavoro irregolare ed evasione fiscale. Ciò che è certo, è che queste piattaforme sono nate e cresciute in un contesto normativo che non prevedeva leggi specifiche atte a regolamentarle, anche se la Commissione Europea ha di recente lanciato una road map per normare il settore, non in un’ottica restrittiva ma di tutela delle principali regole della concorrenza e della normativa fiscale.

I dibattiti sulla Sharing economy si vogliono solitamente ridurre all’essere pro o contro di essa, spesso dimenticando che l’economia collaborativa è fatta di diverse sfaccettature, a partire dai modelli in cui il profitto resta il fine principale (Uber, Airbnb) fino a quelli in cui, di converso, le finalità solidaristica e di creazione di community orizzontali prevalgono (social street, co-housing sociale, banche del tempo, ecc.). Ciò che accomuna queste diverse esperienze, tuttavia, è il ruolo riconosciuto all’utente/cliente, che si fa soggetto attivo nella produzione del bene, nella creazione della community di riferimento e nel processo di accreditamento sociale che caratterizza le diverse piattaforme. Allo stesso tempo, poi, appare chiaro che la Sharing economy non costituirà un fuoco fatuo, quanto piuttosto un nuovo modo di intendere le relazioni economiche e sociali, che probabilmente non soppianterà il tradizionale modello capitalistico, ma che sicuramente si affiancherà ad esso .

Il tema è molto ampio, probabilmente troppo per essere affrontato in maniera esaustiva all’interno di un articolo. Per questo motivo torneremo presto sull’argomento, anche interpellando alcune delle piattaforme più conosciute nel panorama italiano della Sharing Economy.

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Luca CaterinoSharing economy, solo una moda passeggera?

Geografia della crisi Toscana provincia per provincia

by Lapo Cecconi on 1 October 2014

 

Firenze ha retto l’onda della crisi con l’export, trainato da moda e meccanica, garantendo occupazione con il turismo. Massa è stata aggredita nell’edilizia e nelle costruzioni, e la ristorazione, il commercio e i servizi non hanno supplito a quanto la crisi ha «mangiato» nel resto della sua economia. A Prato invece l’occupazione è aumentata, però solo grazie a produzioni a basso valore aggiunto. Sono solo tre delle 10 fotografie che arrivano dai dati elaborati da Rete Sviluppo.

Le province che complessivamente sono andate meglio nell’ultimo periodo sono Firenze, Pisa (dove l’occupazione e l’aumento delle imprese sono dati positivi legati al turismo e all’hi-tech), Arezzo (con un exploit del settore oro, dopo anni di stallo) e Lucca (ma soprattutto, quasi solamente, grazie alle cartiere). Quelle peggiori sono state Massa, Prato (dove l’abbigliamento ha sostituito il tessile, cioè una produzione meno «ricca») ma anche Livorno. Anzi, per la (ex) principale provincia siderurgica e industriale della Toscana, se i dati fossero stati raccolti fin dall’inizio della sua crisi (metà del decennio scorso) il giudizio sarebbe ancora più severo.

Nel mezzo, con alterne fortune, si trovano Pistoia, dove l’export (soprattutto da i vivai) tiene ma non dà segnali sul fronte dell’occupazione. A Siena la farmaceutica traina l’export ma la crisi di Mps si fa sentire soprattutto sul consumo al dettaglio e sul valore aggiunto. Le tante crisi delle industrie grossetane vengono (pochissimo) attenuate dal buon successo dell’export, legato all’agricoltura.

immagine blog

Se invece si va a vedere un periodo più lungo, cioè gli anni della crisi (dal 2009 al 2013) si nota come proprio a Massa ci sia il dato migliore per imprese attive (confronto primo trimestre 2009-2014): l’1,98 in più, così come a Prato (0,47%), mentre tutte le altre, comprese Pisa e Firenze, hanno un saldo negativo, fino al «fanalino di coda» Lucca (-5,31%). Lapo Cecconi, presidente di Rete Sviluppo, e il ricercatore Marco Scarselli spiegano: «Massa ha visto nascere più aziende, ma sono dei settori del terziario di basso livello, con scarso valore aggiunto. È la provincia con più “neet” (ragazzi che non studiano, non cercano lavoro e non si formano) della Toscana». Prato, nonostante i dati sul numero di imprese in positivo (+0,7% confronto primo trimestre 2013-2014) è proprio la città che ha retto peggio alla crisi. Prato ha infatti una vivacità imprenditoriale che non aumenta il Pil procapite: il tessile è stato sostituito dall’abbigliamento, soprattutto di ditte cinesi, quindi si lavora di più ma si “guadagna” di meno. Nel lungo periodo, forse, sarà un vantaggio. Nel breve, è un problema. Lo stesso che hanno avuto, nei 5 anni presi in considerazione dalle analisi, anche Lucca, Pistoia, Siena e Grosseto: quelle che hanno subito di più la crisi. E anche i segnali positivi di Grosseto sono soprattutto un “effetto rimbalzo”. Dal fondo, insomma, si può risalire.

 

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Dura fotografia dell’IRPET sul mercato del lavoro

by Rete Sviluppo on 28 March 2013

Donne e giovani, il sistema Toscano va in crisi sul lavoro

Il recente rapporto annuale dell’IRPET sul Mercato del lavoro (presentato il 15 Marzo a Firenze) ci illustra le difficoltà che la nostra Regione ha vissuto nello scorso anno e le sfide che deve saper cogliere. Stiamo vivendo la più grave crisi del dopoguerra, la Toscana in questi anni ha mostrato una buona tenuta rispetto alla crisi, in alcuni casi superiore a quella di molte regioni. Il quadro è però decisamente peggiorato e tale tendenza non sembra arrestarsi; l’uscita dalla congiuntura negativa è ancora lontana e il mercato del lavoro mostra segnali evidenti di indebolimento.

È indubbio come l’intensità e la durata della crisi siano tali che la ripresa del mercato del lavoro dipenderà giocoforza da una maggiore crescita, parola fortemente richiamata in questo periodo ma che necessita di azioni concrete a livello nazionale e politiche decise e ben mirate a livello locale.

Nel contesto delineato si inseriscono le nuove fasce in difficoltà e le categorie che maggiormente in questi anni sono state penalizzate: i giovani e le donne. Questo aspetto lo vediamo dai numeri: il tasso di occupazione delle donne toscane diminuisce di quasi due punti percentuali rispetto al 2008 passando dal 56,2% al 55,4%. A questo si aggiunge una maggiore penalizzazione sul fronte dei contratti di lavoro, che vede aumentare per le donne il part time involontario, dal 34,7 del 2008 al 45,8 del 2011. Infine, un altro aspetto non trascurabile riguarda l’aumento delle inattive, che sono cresciute del 6% rispetto al 2008.

Rispetto ai giovani, il rapporto evidenzia come sia la categoria demografica più colpita dalla crisi economica e quella più in generale penalizzata dai cambiamenti strutturali intervenuti nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni. In tale contesto è andata poi ad operare la nuova legge del ministro Fornero, i cui effetti non sembrano essere al momento visibili rispetto alle semplificazioni per sbloccare il lavoro di giovani e precari.

La posizione dei nostri giovani risulta essere più grave rispetto alla media europea con percentuali simili agli altri paesi della fascia mediterranea. Anche su questo punto alcuni numeri possono aiutarci a comprendere la gravità del fenomeno: la fascia di età tra i 15 e 24 anni ha perduto 170 mila occupati, raddoppiando la disoccupazione dal 15 al 30%, mentre raggiunge il 20% nella fascia 15-29. Circa 18 giovani su 100 appartengono oggi ai Neet (giovani che non studiano e non lavorano). Nel 2008 erano 13 su 100. Fra i Neet la prevalenza degli inattivi è maggioritaria (62%), così come la quota di giovani senza esperienze di lavoro (41%).

Questo quadro ci narra un situazione complessa, dove la legislazione nazionale deve fare la propria parte in modo determinato sostenendo e supportando queste categorie in forte difficoltà. Ma anche la Regione Toscana non può esimersi da prendere dei provvedimenti maggiormente decisi e mirati alle singole realtà.

Da tale situazione si esce solo se si propongono interventi concreti per agevolare il mercato del lavoro delle donne, giovani e meno giovani, e delle misure più adeguate a colmare il problema della conciliazione lavoro-famiglia, questione che penalizza maggiormente le donne che devono essere assunte con contratti più stabili.

Sui giovani, il dato che emerge è che giovaniSI non basta. Serve un maggiore sostegno all’occupazione in generale e non solo ai tirocini retribuiti, ancora oggi strumenti poco remunerati e in alcuni casi utili per approfittare delle speranze dei giovani. Così come servono delle misure fiscali più coraggiose per agevolare l’impresa che assume, proponendo anche maggiori sistemi di premialità. Ma serve anche dare entusiasmo a quei giovani che hanno perso speranza nel futuro, ma qui il compito non è solo politico!

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Rete SviluppoDura fotografia dell’IRPET sul mercato del lavoro