Impresa sociale: se non ora, quando?

by Rete Sviluppo on 13 November 2013

Estratto dall’intervista a Salvatore Natoli, a cura di Massimo Campedelli, uscita su Animazione Sociale (n. 275, agosto/settembre 2013) – “Tempo di imprese che producono beni per il territorio”

Imprese sociali, servizi e associazioni si chiedono come riposizionarsi dentro la crisi che mette in dubbio non solo il modello economico-finanziario finora conosciuto, ma anche lo stile di vita e di consumo che lo ha caratterizzato. Questa connessione tra economia e sviluppo è messa in evidenza da Salvatore Natoli, filosofo, descrivendo l’idea di crescita -forza propulsiva dell’economia- come intimamente connessa con il concetto di sviluppo; “senza crescita non c’è lavoro, senza lavoro non si produce consumo e senza consumo l’economia non produce ricchezza e benessere”.

Nel XX secolo la possibilità di aumentare il livello di ricchezza complessiva di un paese era agganciata all’aumento dei consumi perché allora era possibile ancora “allargare” i consumi.

“ In quegli anni, il Paese [Italia] ha avuto una grande possibilità di consumo perché esistevano enormi aree povertà e quindi era possibile creare, inventare il consumatore, i consumatori”.

Oltre all’aspetto economico, negli anni del dopoguerra in Italia si assisteva anche a una rinascita della società civile, dopo la repressione fascista. Si pensi alla Costituzione, che viene scritta in quegli anni in una “prospettiva etica di sviluppo”.

Secondo questa lettura i consumi hanno liberato il nostro Paese dalla schiavitù della necessità: la possibilità di consumare ha affrancato la popolazione italiana dal bisogno, dalla malattia e dalla mancanza di igiene. Anche negli anni successivi, quando si è sentita la necessità di saziare bisogni più complessi, con beni più sofisticati, si pensi alla lavatrice, si è sempre risposto a una necessità di liberazione, in questo caso delle donne dalla fatica dei lavori domestici.

Ma allora, questo meccanismo, quando si è inceppato? Quando abbiamo iniziato a porci delle domande sulla sostenibilità del sistema, proiettandoci in una serie interminabile di dilemmi come quello riguardante il caso ILVA. Si deve scegliere tra la salute e il lavoro?

Ma se da una parte ci rendiamo conto dell’insostenibilità di questo modello di sviluppo, dall’altra troviamo forti resistenze per modificarlo. La difficoltà principale risiede nella trasformazione del concetto di bisogno, che è passato dall’essere inteso come necessità di liberazione da qualcosa, a essere considerato come una condizione naturale.

“Se negli anni cinquanta impiantare uno scaldabagno era liberarsi da un bisogno (fare una doccia), oggi lo scaldabagno è una “condizione naturale”, come se ci fosse stato sempre”.

Questo meccanismo di naturalizzazione dei bisogni è incentivato dall’industria stessa, immettendo sempre nuovi prodotti che, drogando la società, rendono dipendenti al loro consumo. Cambia così il concetto di libertà, che “non è la capacità critica di scelta, ma avere o no accesso a consumi che spesso rispondono a bisogni non essenziali, ormai naturalizzati”.

Se tutti i mali non vengono per nuocere, la crisi del 2008 potrebbe essere un’occasione per mettere in discussione il modello economico e di vita che l’ha determinata. “Bisogna approfittare dell’arretramento dei consumi per pensare a stili di vita diversi, ridefinendo l’ordine delle necessità, uscendo dalla condizione di consumatori passivi…per diventare consumatori attivi”. Dobbiamo tornare al senso critico insito nel concetto di scelta che è racchiuso a sua volta nel concetto di libertà.

Per incentivare un consumo consapevole e critico non basta educare. È necessario incidere anche sui sistemi di produzione. Il territorio può essere il livello più adatto per mettere in atto questo tipo di mutamento, perché permette di capire più facilmente quanto un investimento possa essere vantaggioso.

“Abbiamo bisogno di imprese che lavorino su problemi locali”.

A questo punto arriviamo a esporre il concetto di impresa sociale. Va innanzitutto detto che, se da una parte ogni impresa è sociale perché comunità di lavoratori titolari di diritti, dall’altra non è detto che il prodotto dell’impresa sia sempre sociale. È questo il fattore discriminante. Come dice Natoli, “produrre sostegno sociale non vuol dire andare incontro a una scelta aleatoria di quel che si può o si vuole comprare o meno, ma soddisfare un bisogno sociale reale di “questo” territorio”. É questo che fa la differenza tra un sistema di sostegno all’handicap e un’impresa che fabbrica lenti a contatto. Un problema di handicap non può essere trasferito come un’occhiale, che può essere prodotto e venduto in tutto il mondo. “Il bene sociale è soddisfare i bisogni del territorio che esigono una soluzione qui e ora perché non “trasferibili”, delocalizzabili come altre produzioni”.

L’impresa che vuole qualificarsi come sociale ha anche l’importante compito di generare “beni di relazione”, deve cioè creare dei “sistemi di amicizia”, cioè “possibilità in cui le persone possano stare insieme, … [e possano] sviluppare azioni di vita collettiva, movimenti associativi in cui il rapporto con l’altro diventa un rapporto di reciproca generosità”. Per rendere tutto questo reale si avverte la necessità di costruire spazi pubblici.

Per attivare questa serie di processi si fa riferimento a una politica orizzontale, un modo di fare politica cioè che vede i cittadini impegnati nella loro funzione di “pressione per ripensare modelli di sviluppo e di impresa … che deve essere continua” e i rappresentanti come attori che recepiscono in modo attento questa pressione che li guiderà nelle proprie scelte.

Per concludere Natoli ci ricorda che

“la caratteristica delle democrazie è che non sono nelle condizioni di eleggere i migliori, ma possono “revocare i peggiori”. La competenza democratica non ha la capacità di identificare il meglio, la capacità delle democrazie è risanarsi.” .

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Rete SviluppoImpresa sociale: se non ora, quando?

Impresa sociale: iniziamo a conoscerla

by Rete Sviluppo on 6 November 2013

Questo articolo è un estratto da un’intervista sul tema dell’impresa sociale con il Professore Filippo Buccarelli, docente incaricato della Scuola di Scienze Politiche e Sociali “Cesare Alfieri” di Firenze e ricercatore di CAMBIOCentro Studi sulle Trasformazioni Sociali dell’Ateneo di Firenze.

Oggi il tema dell’impresa sociale, a causa della crisi che dal 2008 ha condizionato in modo determinante la nostra vita e ha cambiato il mondo rendendolo un posto nuovo da codificare, si è fatto spazio in modo prepotente nel dibattito accademico e istituzionale. Ma cosa è l’impresa sociale, quale è il suo campo di azione e perché è vista da alcuni come uno strumento valido per uscire dalla crisi?

Partiamo da cosa è impresa sociale in Italia. Fino al 2005 in Italia l’impresa sociale era la cooperativa sociale. Con l’introduzione della legge delega 118 del 2005 e del d.lgs attuativo 155 del 2006 si definisce il soggetto giuridico di “impresa sociale” ampliando la platea dalle cooperative sociali no profit anche ad imprese orientate al profit. Oltre a quelli tradizionali delle cooperative sociali, ovvero il socio-sanitario, l’educativo e l’inserimento dei soggetti svantaggiati, si ampliano gli ambiti di intervento a settori produttivi diversi come potrebbero essere il turismo sociale, la gestione dei beni culturali e il settore della green economy.

Molte cooperative, nonostante abbiano la possibilità formale di mutuarsi in imprese sociali, rimangono tali. Se si va a guardare le adesioni all’Albo della Camera di Commercio dedicato a questo tipo di imprese se ne trovano pochissime. Le poche adesioni trovano motivazione in una normativa che, oltre a essere farraginosa e incoerente, offre pochi vantaggi rispetto a quelli dedicati alle cooperative, inoltre alcune ricerche mostrano una carenza di informazione presso gli imprenditori stessi, che spesso non sono nemmeno a conoscenza della possibilità di fare questo tipo di impresa.

In Europa ci sono dei casi nazionali che offrono importanti spunti di confronto con il caso italiano. Il caso inglese è uno dei più interessanti nel panorama europeo, in questo campo di intervento si hanno procedure più snelle, rispetto a quelle che ci possono essere nel nostro paese, che hanno permesso di aprire il campo dell’intervento sociale anche ad imprese orientate al profit e non solo alle cooperative. La possibilità di ricorrere all’azionariato diffuso (suddivisione del capitale sociale dell’impresa tra molti azionisti, che possono avere solo il 3 – 5% delle azioni), introduce una logica di profitto nel campo dell’intervento sociale e dà la possibilità a queste imprese di trovare fondi aggiuntivi che le rende autonome dall’intervento pubblico. Osservando i diversi casi europei si evidenza una certa correlazione tra il modello di welfare di un paese e la diffusione dell’impresa sociale.

In generale si può dire che dove manca il pubblico (Inghilterra) e dove è andato clamorosamente in crisi (Italia), l’impresa sociale ha preso più campo.

Abbiamo precedentemente descritto alcuni ambiti in cui opera l’impresa sociale, ma in generale si può identificare nell’economia sociale il suo principale campo di azione. In essa si sviluppano gli scambi orientati a produrre beni pubblici, ovvero beni per la comunità (dall’inserimento socio-lavorativo delle persone deboli, alla salvaguardia, manutenzione del territorio). Come ogni impresa che agisce su un mercato, anche l’impresa sociale produce delle esternalità positive e delle diseconomie. L’inclusione sociale che un’impresa che impiega più del 30% del personale affetto da handicap, è senza dubbio un’esternalità positiva, tuttavia non si può altrettanto essere ottimisti per quanto riguarda un esempio noto a tutti come il caso dell’ILVA di Taranto. Sebbene sia la principale fonte di reddito per gran parte della cittadinanza, e quindi possa svolgere una funzione importante di sostentamento per la rete sociale, essa produce delle diseconomie di entità disastrosa per la salute di chi vi lavora e di chi vive a Taranto e dintorni.

Un aspetto caratterizzante l’impresa sociale è la sua stretta relazione con il territorio. Essa non può prescindere dal contesto in cui è inserita, nemmeno se lo volesse. Il tipo di economia in cui opera è produttrice di beni così detti relazionali, per tanto questo tipo di impresa ha bisogno di creare quella serie di relazioni che legano il suo operato all’ambiente che la circonda. Per essere sociale infatti un’impresa non può avere come principale obiettivo la mera massimizzazione del profitto, come qualsiasi altra impresa orientata al mercato, perché non svolgerebbe la sua azione principale, che è appunto quella sociale. L’impresa sociale deve essere vicina ai bisogni del territorio in cui è insediata e avere cari i temi che riguardano la qualificazione e salvaguardia dello stesso, e questo suo interesse non solo la preserva dall’avere un orientamento incentrato solo sul profitto, costituisce l’oggetto principale della sua azione.

Sempre considerando l’aspetto locale dell’impresa sociale è necessario prestare attenzione anche al ruolo della politica e all’influenza che esercita su questo particolare settore. In Italia l’ente locale influenza in modo determinante le modalità di azione e i criteri di intervento delle cooperative attive sul territorio. Si determinano i costi di un servizio, stanziando un numero limitato di risorse e si creano spesso servizi ad hoc sapendo già a chi affidarli. Questa dipendenza dai soldi pubblici è un problema grave per le cooperative sociali che non riescono ad emanciparsi dal potere pubblico. La politica potrebbe oltretutto avere anche un’importanza rilevante nella riformulazione in senso più flessibile della normativa vigente riguardante il settore, garantendo la germinazione spontanea di questo tipo di imprese.

Per concludere si propone una riflessione sulla funzione che l’impresa sociale potrebbe avere in questa fase di transizione che stiamo vivendo dallo scoppio della crisi del 2008. Come dice il professore Buccarelli infatti, “Il punto è che siamo arrivati a un momento storico in cui non si può più pensare che un’impresa sia solo for profit e una for no profit. L’impresa for profit lasciata a se stessa, brucia tutto. L’impresa no profit lasciata a se stessa, muore”. Si può così pensare all’impresa sociale come un nuovo ente intermedio tra il profit e il no profit.

Restando ferma la necessità di questa commistione tra i due poli del profit e del no profit, non si può pensare che l’impresa sociale possa costituire il paradigma del capitalismo del XXI secolo, come sostiene l’economista Zamagni. Vi sono alcuni settori produttivi che non possono funzionare con le sue logiche, perché essa è di per sé poco produttiva. Non vi sono tecnologie che automatizzano e velocizzano alcuni processi necessari alla competizione sul mercato. E, come abbiamo precedentemente detto, opera all’interno dell’economia sociale che produce beni relazionali, cioè beni il cui valore aggiunto sta nell’interazione tra l’operatore e l’utente. Richiede tempo, pazienza, competenza, professionalità.

La conversazione si conclude con una riflessione che il professore fa sul concetto di impresa sociale:

“mettere insieme le parole “impresa” e “sociale”, sembra un ossimoro; mettere insieme efficienza e profitto all’attenzione per i legami umani, non è una cosa possibile. È una sfida costante, sono due dimensioni che non possono mai essere definitivamente messe insieme. È una dialettica, ed è in essa che sta il motore propulsivo. Questo è tipico dell’azione sociale in generale, che è fatta da individui che non sono mai solo e soltanto esseri sociali, ma sono anche individualità irriducibili. C’è l’interesse personale, e l’ideale. Non esiste ideale che si è affermato senza l’interesse personale”.

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