Alternanza scuola-lavoro: si può fare (da reteSviluppo)!

by Luca Caterino on 28 January 2016

Nel dibattito sulla “Buona Scuola”, che ha occupato buona parte dell’opinione pubblica sulla stabilizzazione del personale docente precario (tema indubbiamente importante, ma di ancor più forte impatto mediatico), è passato quasi in sordina il nuovo modello di alternanza scuola-lavoro previsto dalla riforma: rivolto a tutti gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno degli istituti superiori, prevede obbligatoriamente un percorso di orientamento utile ai ragazzi nella scelta che dovranno fare una volta terminato il percorso di studio. Il periodo di alternanza scuola-lavoro si articola in 400 ore per gli istituti tecnici e 200 ore per i licei e si realizza sia attraverso attività dentro la scuola, che fuori da essa (nelle aziende, ad esempio).

Il nuovo modello intende avvicinarsi al cd. “Sistema Duale”, che vede la sua più nota applicazione all’interno del modello tedesco, dove il sistema di istruzione in alternanza è organizzato all’interno della scuola, Berufsschule, e dell’azienda. L’obiettivo è quello di colmare il gap, costantemente lamentato dal mondo produttivo, tra le esigenze professionali delle aziende e quelle detenute dai giovani in uscita dai percorsi scolastici. Allo stesso tempo il nuovo modello vuole essere più attrattivo nei confronti delle giovani generazioni, andando così ad impattare sul tasso di dispersione scolastico, che in Italia raggiunge una delle quote più elevate a livello europeo.

La sperimentazione del Sistema Duale nel nostro Paese consentirà, nel prossimo biennio, a circa 60 mila giovani di poter conseguire i titoli di studio con percorsi formativi che prevedono, attraverso modalità diverse, una effettiva alternanza scuola-lavoro: per una parte dei giovani studenti l’apprendimento in impresa avverrà tramite un contratto di apprendistato di primo livello, mentre per l’altra parte avverrà attraverso l’introduzione dell’alternanza “rafforzata” di 400 ore annue a partire dal secondo anno del percorso di istruzione e formazione professionale.

Anche reteSviluppo crede nella bontà di un modello che cerca di creare reali sinergie tra scuola, istituzioni e mondo produttivo: a tale scopo abbiamo sottoscritto un accordo, con il contributo di Confcooperative, che ci consentirà di ospitare – durante il prossimo mese di febbraio –  5 giovani del Liceo delle Scienze Umane, opzione Economico-Sociale, Niccolò Machiavelli di Firenze. Anche per noi quest’esperienza rappresenta una novità, avendo finora collaborato soprattutto con l’Università, tuttavia riteniamo che proprio il contatto con gli istituti superiori possa essere una sfida interessante e offrire possibilità di contaminazione e apprendimento reciproco tra la nostra realtà e quella della scuola superiore.

Cosa apprenderanno questi 5 ragazzi dall’esperienza con reteSviluppo? Anzitutto si confronteranno con la forma di impresa cooperativa e i suoi meccanismi di funzionamento, apprendendo – e sperimentando sul campo – alcune competenze strettamente legate ai nostri ambiti di attività: ricerca sociale ed economica, partecipazione e cittadinanza attiva, servizi alle imprese, comunicazione. Cosa chiederemo loro? Di essere curiosi, propositivi, di metterci in difficoltà nel rispondere alle loro mille curiosità, di ispirarci nuove idee.

Insomma, non vediamo l’ora di conoscerli. Voi state pure tranquilli, vi racconteremo com’è andata!

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Chi ascolta un consiglio trova un tesoro 

by Lapo Cecconi on 10 December 2015

Oggi parliamo di università. Fra agosto e settembre l’università di Shanghai e la Qs Intelligence hanno pubblicato due delle più autorevoli classifiche sui migliori atenei mondiali. I risultati? Niente di nuovo. Tra le prime 100 continuano a mancare le italiane. Stesso copione nella top ten, quasi tutta occupata da college angloamericani. Se Shanghai premia Harvard, l’indice Qs invece assegna la medaglia d’oro al Mit degli Stati Uniti.

Per trovare la prima italiana dobbiamo scendere dopo il 100esimo posto con il Politecnico di Torino e la Normale di Pisa. E allora perché ne parliamo? Una novità in effetti c’è. Se le italiane volano giù nel ranking generale, secondo l’incide Qs, salgono invece nella employer reputation. Cos’è? Un indice che misura l’opinione di dei datori di lavoro sulla preparazione offerta ai laureati dei singoli atenei. In poche parole la nostra reputazione è cresciuta. Nella classifica Qs ben quattro italiane compaiono tra le prime 200. Sembra una buona notizia ma, forse, non lo è. Questo risultato è frutto di uno dei principali prodotti d’esportazione italiani: i cervelli dei nostri under 30. L’ottimo risultato della nostra reputazione è merito soprattutto di chi lascia il cuore in Italia ma porta reddito e competenze all’estero.

Il cortocircuito si crea quando chi è partito, a tornare, non ci pensa proprio. E grazie alle proprie capacità attrae investimenti che volano in altri stati. Negli ultimi dieci anni questa scelta è stata compiuta da 700mila persone. Il governo questa estate ha proposto un bonus del 30 percento sulla tassa Irpef per facilitare il rientro dei talenti fuggiti. Un incentivo che rischia di essere debole. Il dato preoccupante infatti non sono le partenze degli universitari, in linea con il resto d’Europa, quanto l’assenza di arrivi in Italia. Le cause non sono né la crisi economica né la mancanza di risorse e prestigio dei nostri atenei ma il divorzio avvenuto tra università e lavoro.

La soluzione per ripartire non è solo tentare di risollevare la domanda domestica ma lavorare per produrre fascino verso chi si trova di fuori dei nostri confini. Che tradotto vuole dire trasformaci in un Eldorado in grado di attrarre capitale umano. Ce lo insegna Antonio Iavarone, medico italiano emigrato negli Stati Uniti negli anni 90 in seguito ad una vicenda di nepotismo e che oggi alla Columbia University di New York è a capo di un team che ricerca una cura ai tumori cerebrali dei bambini.  La sua proposta per prevenire la fuga? Legare a doppio filo università e lavoro in un ecosistema, creando parchi scientifici dove far collaborare istituti di ricerca e imprese. Una filiera corta dove chi esce con una laurea in tasca, bussa alla porta accanto dove ad attenderlo c’è già un ufficio. Un sogno, certo. Ma la strada per la rivoluzione di cui abbiamo bisogno passa da qui. Per costruire la nostra città dell’oro non possiamo non ascoltare i consigli di chi un tesoro l’ha già trovato a migliaia di chilometri di distanza. Ripartiamo da un consiglio d’oro.

E, forse, troveremo l’Eldorado.

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Lapo CecconiChi ascolta un consiglio trova un tesoro