Rimesse cinesi, ogni giorno Prato perde mezzo milione di euro

by Rete Sviluppo on 24 June 2014

Le aziende cinesi a Prato realizzano una produzione annuale che varia dai 2 ai 2,3 miliardi di euro, secondo uno studio condotto da Irpet, con un contenuto di valore aggiunto variabile tra i 680 e gli 800 milioni di euro, vale a dire tra il 10,9% e il 12,7% del totale del valore aggiunto dell’intera provincia, ma più della metà se consideriamo il solo settore del tessile-abbigliamento. L’imprenditoria cinese a Prato negli anni è cresciuta non soltanto nel settore dominante del territorio, allargandosi anche al commercio e ai servizi.

Prato è anche la provincia toscana in cui le rimesse cinesi raggiungono i valori più elevati: dal 2007 al 2009, in media, 423 milioni di euro l’anno hanno lasciato il territorio diretti verso la Cina, cifra che si è abbassata nel triennio 2010-2012 ad una media annuale di 196 milioni di euro, anche se occorre dire che basterebbe far partire fisicamente le operazioni da un’altra provincia per mascherare i flussi di denaro in uscita da Prato. Ad ogni modo tra il 2005 ed il 2012 la provincia laniera ha visto crescere le rimesse verso la Cina del 930%. La fuga di capitali all’estero (capital flight) provoca inevitabilmente un prosciugamento di risorse a capacità produttive del territorio, è del resto un fenomeno molto più complesso di quanto possa apparire dalla sua definizione: ogni anno escono dall’Italia capitali per decine e decine di miliardi di euro.

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Un’operazione a Prato della Guardia di Finanza, chiamata, non a caso, “Cian Liu”, (Fiume di denaro), ha messo in luce quello che è un fenomeno in continua espansione, fondato sul pericoloso binomio evasione fiscale/riciclaggio. L’indagine ha infatti a suo tempo intercettato un vero e proprio fiume di denaro indirizzato dall’Italia (tramite San Marino) verso la Cina per quasi tre miliardi di Euro, movimentato tramite una società di money transfer con sub agenzie sparse in tutta Italia ed in particolare in Toscana. Nel 2008, per comprendere l’entità del fenomeno, uno degli evasori coinvolti nell’inchiesta aveva dichiarato redditi per 17 mila euro e intanto spediva in Cina quasi 2 milioni di euro.

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