Strategia per la crescita EUROPA 2020: che direzione le risorse?

by Tommaso Rossi on 12 Novembre 2013

L’obiettivo di questo articolo è quello di fare un’analisi della strategia per la crescita europea per il periodo di nuova programmazione (2014/20), cercando di capire in quali settori dell’economia si prevede un investimento di risorse maggiore.

Obiettivi generali

Partiamo dagli obiettivi generali.

Europa 2020 parte dalla costatazione del mancato raggiungimento di alcuni dei macro obiettivi che erano stati prefissati nella strategia di Lisbona (conclusasi nel 2010) e dalla presa d’atto di alcune criticità e difficoltà che sono emerse. Se la strategia di Lisbona aveva fallito di molto nel suo primo obiettivo di raggiungere un tasso di occupazione pari al 70% e si era fermata al 62%, e nel suo secondo obiettivo che era quello di investimenti in ricerca e sviluppo pari al 3% del PIL complessivo dell’UE, risultato fermo, invece, all’ 1,9%, gli obiettivi di Europa 2020 sono parimenti ambiziosi e forse non maggiormente realistici.

Europa 2020Vediamoli nel dettaglio.

  1. Occupazione – innalzamento al 75% del tasso di occupazione (per la fascia di età compresa tra i 20 e i 64 anni);
  2. R&S: aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo al 3% del PIL dell’UE (rimane lo stesso obiettivo non raggiunto nel decennio precedente…);
  3. Cambiamenti climatici e sostenibilità energetica: riduzione delle emissioni di gas serra del 20% (o persino del 30%, se le condizioni lo permettono) rispetto al 1990; 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili; aumento del 20% dell’efficienza energetica;
  4. Istruzione. Riduzione dei tassi di abbandono scolastico precoce al di sotto del 10% – aumento al 40% dei 30-34enni con un’istruzione universitaria –
  5. Lotta alla povertà e all’emarginazione – almeno 20 milioni di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione in meno.

Come si può notare, si pone l’accento sul grave problema legato al tasso di occupazione nei paesi europei, soprattutto quella giovanile e delle donne, in continuo calo a causa della crisi economica, della globalizzazione e della maggiore competitività dei PVS (in primis Cina e India) in alcuni settori che in passato erano dominati dal Vecchio continente e infine dal ritardo, soprattutto nei paesi del sud Europa, nell’adozione e nella diffusione delle moderne tecnologie (ITC – Information and Communication Technology). Per questo l’azione dell’UE, nell’ottica di una crescita intelligente e del raggiungimento di un obiettivo assai ambizioso per quanto riguarda il tasso di occupazione (posto al 75%), prevede investimenti e risorse nello sviluppo dell’Agenda Digitale Europea con l’obiettivo specifico di creare un mercato unico del digitale basato su Internet ad alta e altissima velocità e su applicazioni interoperabili, in modo da colmare il gap con USA e PVS (l’Italia è molto indietro – ultima insieme a Bulgaria e Romania negli acquisti on line, per fare un esempio).Si prevedono inoltre ampie risorse in vista di un nuovo orientamento delle politiche di ricerca e dello sviluppo e nel campo dell’innovazione; infine verranno destinate risorse per favorire ulteriormente la mobilità dei giovani (Youth on the Move), con l’obiettivo di migliorare i livelli di istruzione e di formazione di quest’ultimi, in modo da attrezzarli ad un mercato del lavoro più competitivo ed internazionalizzato.

La strategia Europa 2020 inoltre, mette in primo piano un’altra necessità per il futuro dell’UE (e del mondo), ovvero la questione ambientale; protezione dell’ambiente e lotta al cambiamento climatico sono priorità per una crescita sostenibile (difatti si prevede che il 37% delle risorse previste nel c.d. Multi Financial Framework (MFF) siano destinate proprio alla crescita sostenibile). Obiettivi molto ambiziosi da raggiungere, ma che fanno capire la direzione presa dall’UE nell’erogazione dei prossimi fondi strutturali ed europei.

Infine Europa 2020 intende promuovere una crescita solidale, attraverso una serie di azioni concrete per aiutare le persone ad acquisire nuove competenze in ambito lavorativo, garantire la sostenibilità dei nostri modelli sociali, tutelare i diritti dei poveri ed emarginati, aiutandoli a vivere in modo dignitoso e a partecipare attivamente alla società.

Abbiamo sottolineato in grassetto le parole chiave intelligente, sostenibile e solidale, da considerarsi delle vere e proprie priorità (possiamo definirle linee – guida) che saranno alla base di tutti finanziamenti diretti e indiretti provenienti da Bruxelles.

È ancora presto per capire e analizzare nel dettaglio specifico quanti miliardi di euro saranno destinati in ciascuna regione e in quali settori , in ogni caso è fondamentale, e si è cercato di farlo in questo articolo, sottolineare quali sono le linee guida (o priorità), gli obiettivi generali che verranno seguiti dalla strategia Europa 2020. Nella speranza e nella convinzione che l’Italia, nella via intrapresa dagli ultimi due ministri della coesione territoriale (Barca e Trigilia), riesca a fare ulteriori passi in avanti nella spesa dei fondi messi a disposizione dall’UE – il 7 novembre il commissario Hanh ha dichiarato che l’Italia al momento ha speso la metà dei fondi che deve impiegare entro il 2015 per non perderli.

I finanziamenti europei arrivano. Bisogna e si deve fare di più per spenderli e non mandarli indietro. Dobbiamo imparare a conoscere i fondi europei, diretti e indiretti, e le amministrazioni nazionali e regionali devono imparare a non solo ottenerli, ma anche a programmarne efficacemente e tempestivamente l’utilizzo.

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Tommaso RossiStrategia per la crescita EUROPA 2020: che direzione le risorse?

Impresa sociale: iniziamo a conoscerla

by Tommaso Rossi on 6 Novembre 2013

Questo articolo è un estratto da un’intervista sul tema dell’impresa sociale con il Professore Filippo Buccarelli, docente incaricato della Scuola di Scienze Politiche e Sociali “Cesare Alfieri” di Firenze e ricercatore di CAMBIOCentro Studi sulle Trasformazioni Sociali dell’Ateneo di Firenze.

Oggi il tema dell’impresa sociale, a causa della crisi che dal 2008 ha condizionato in modo determinante la nostra vita e ha cambiato il mondo rendendolo un posto nuovo da codificare, si è fatto spazio in modo prepotente nel dibattito accademico e istituzionale. Ma cosa è l’impresa sociale, quale è il suo campo di azione e perché è vista da alcuni come uno strumento valido per uscire dalla crisi?

Partiamo da cosa è impresa sociale in Italia. Fino al 2005 in Italia l’impresa sociale era la cooperativa sociale. Con l’introduzione della legge delega 118 del 2005 e del d.lgs attuativo 155 del 2006 si definisce il soggetto giuridico di “impresa sociale” ampliando la platea dalle cooperative sociali no profit anche ad imprese orientate al profit. Oltre a quelli tradizionali delle cooperative sociali, ovvero il socio-sanitario, l’educativo e l’inserimento dei soggetti svantaggiati, si ampliano gli ambiti di intervento a settori produttivi diversi come potrebbero essere il turismo sociale, la gestione dei beni culturali e il settore della green economy.

Molte cooperative, nonostante abbiano la possibilità formale di mutuarsi in imprese sociali, rimangono tali. Se si va a guardare le adesioni all’Albo della Camera di Commercio dedicato a questo tipo di imprese se ne trovano pochissime. Le poche adesioni trovano motivazione in una normativa che, oltre a essere farraginosa e incoerente, offre pochi vantaggi rispetto a quelli dedicati alle cooperative, inoltre alcune ricerche mostrano una carenza di informazione presso gli imprenditori stessi, che spesso non sono nemmeno a conoscenza della possibilità di fare questo tipo di impresa.

In Europa ci sono dei casi nazionali che offrono importanti spunti di confronto con il caso italiano. Il caso inglese è uno dei più interessanti nel panorama europeo, in questo campo di intervento si hanno procedure più snelle, rispetto a quelle che ci possono essere nel nostro paese, che hanno permesso di aprire il campo dell’intervento sociale anche ad imprese orientate al profit e non solo alle cooperative. La possibilità di ricorrere all’azionariato diffuso (suddivisione del capitale sociale dell’impresa tra molti azionisti, che possono avere solo il 3 – 5% delle azioni), introduce una logica di profitto nel campo dell’intervento sociale e dà la possibilità a queste imprese di trovare fondi aggiuntivi che le rende autonome dall’intervento pubblico. Osservando i diversi casi europei si evidenza una certa correlazione tra il modello di welfare di un paese e la diffusione dell’impresa sociale.

In generale si può dire che dove manca il pubblico (Inghilterra) e dove è andato clamorosamente in crisi (Italia), l’impresa sociale ha preso più campo.

Abbiamo precedentemente descritto alcuni ambiti in cui opera l’impresa sociale, ma in generale si può identificare nell’economia sociale il suo principale campo di azione. In essa si sviluppano gli scambi orientati a produrre beni pubblici, ovvero beni per la comunità (dall’inserimento socio-lavorativo delle persone deboli, alla salvaguardia, manutenzione del territorio). Come ogni impresa che agisce su un mercato, anche l’impresa sociale produce delle esternalità positive e delle diseconomie. L’inclusione sociale che un’impresa che impiega più del 30% del personale affetto da handicap, è senza dubbio un’esternalità positiva, tuttavia non si può altrettanto essere ottimisti per quanto riguarda un esempio noto a tutti come il caso dell’ILVA di Taranto. Sebbene sia la principale fonte di reddito per gran parte della cittadinanza, e quindi possa svolgere una funzione importante di sostentamento per la rete sociale, essa produce delle diseconomie di entità disastrosa per la salute di chi vi lavora e di chi vive a Taranto e dintorni.

Un aspetto caratterizzante l’impresa sociale è la sua stretta relazione con il territorio. Essa non può prescindere dal contesto in cui è inserita, nemmeno se lo volesse. Il tipo di economia in cui opera è produttrice di beni così detti relazionali, per tanto questo tipo di impresa ha bisogno di creare quella serie di relazioni che legano il suo operato all’ambiente che la circonda. Per essere sociale infatti un’impresa non può avere come principale obiettivo la mera massimizzazione del profitto, come qualsiasi altra impresa orientata al mercato, perché non svolgerebbe la sua azione principale, che è appunto quella sociale. L’impresa sociale deve essere vicina ai bisogni del territorio in cui è insediata e avere cari i temi che riguardano la qualificazione e salvaguardia dello stesso, e questo suo interesse non solo la preserva dall’avere un orientamento incentrato solo sul profitto, costituisce l’oggetto principale della sua azione.

Sempre considerando l’aspetto locale dell’impresa sociale è necessario prestare attenzione anche al ruolo della politica e all’influenza che esercita su questo particolare settore. In Italia l’ente locale influenza in modo determinante le modalità di azione e i criteri di intervento delle cooperative attive sul territorio. Si determinano i costi di un servizio, stanziando un numero limitato di risorse e si creano spesso servizi ad hoc sapendo già a chi affidarli. Questa dipendenza dai soldi pubblici è un problema grave per le cooperative sociali che non riescono ad emanciparsi dal potere pubblico. La politica potrebbe oltretutto avere anche un’importanza rilevante nella riformulazione in senso più flessibile della normativa vigente riguardante il settore, garantendo la germinazione spontanea di questo tipo di imprese.

Per concludere si propone una riflessione sulla funzione che l’impresa sociale potrebbe avere in questa fase di transizione che stiamo vivendo dallo scoppio della crisi del 2008. Come dice il professore Buccarelli infatti, “Il punto è che siamo arrivati a un momento storico in cui non si può più pensare che un’impresa sia solo for profit e una for no profit. L’impresa for profit lasciata a se stessa, brucia tutto. L’impresa no profit lasciata a se stessa, muore”. Si può così pensare all’impresa sociale come un nuovo ente intermedio tra il profit e il no profit.

Restando ferma la necessità di questa commistione tra i due poli del profit e del no profit, non si può pensare che l’impresa sociale possa costituire il paradigma del capitalismo del XXI secolo, come sostiene l’economista Zamagni. Vi sono alcuni settori produttivi che non possono funzionare con le sue logiche, perché essa è di per sé poco produttiva. Non vi sono tecnologie che automatizzano e velocizzano alcuni processi necessari alla competizione sul mercato. E, come abbiamo precedentemente detto, opera all’interno dell’economia sociale che produce beni relazionali, cioè beni il cui valore aggiunto sta nell’interazione tra l’operatore e l’utente. Richiede tempo, pazienza, competenza, professionalità.

La conversazione si conclude con una riflessione che il professore fa sul concetto di impresa sociale:

“mettere insieme le parole “impresa” e “sociale”, sembra un ossimoro; mettere insieme efficienza e profitto all’attenzione per i legami umani, non è una cosa possibile. È una sfida costante, sono due dimensioni che non possono mai essere definitivamente messe insieme. È una dialettica, ed è in essa che sta il motore propulsivo. Questo è tipico dell’azione sociale in generale, che è fatta da individui che non sono mai solo e soltanto esseri sociali, ma sono anche individualità irriducibili. C’è l’interesse personale, e l’ideale. Non esiste ideale che si è affermato senza l’interesse personale”.

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Tommaso RossiImpresa sociale: iniziamo a conoscerla

Nuova stagione toscana della partecipazione democratica

by Tommaso Rossi on 5 Novembre 2013

In vista del convegno “Partecipare per Fare” che si terrà Venerdì 8 novembre a Palazzo degli Affari in Piazza Adua e che vedrà la presenza di ReteSviluppo come uno dei protagonisti dei vari casi di processi decisionali partecipativi, ci sembrava necessario spiegare di cosa si tratta. Cerchiamo di farlo rispondendo a 4 domande che potrebbe porre qualsiasi persona interessata sull’argomento PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA:

1. Cosa si intende per legge sulla partecipazione?

La c.d “legge sulla partecipazione”, approvata dal Consiglio Regionale con Legge Regionale 69/2007 si prefigge l’ obiettivo – individuando nella partecipazione un innegabile diritto del cittadino che, in quanto tale, deve essere sostenuta ed incentivata- di promuovere il coinvolgimento della popolazione nei processi di formazione ed elaborazione delle scelte istituzionali relative al territorio toscano.

2. La Toscana può considerarsi un esempio da seguire nel campo dei processi decisionali partecipativi?

Sicuramente sì. La regione Toscana è stata la prima in Italia a dotarsi di una legge sulla partecipazione ad hoc (L.R. 69/2007) che finanzia processi partecipativi ed esperimenti di coinvolgimento di cittadini con varie metodologie. Il primo bilancio è certamente positivo, anche se ci sono stati alcuni errori che con la nuova legge 46/2013 si pensa possano essere limiti. Occorre inoltre aggiungere che questa legge è stata da modello per altre regioni, in particolare l’Emilia Romagna, che con L.R. 3/2010 si è dotata di uno strumento legislativo molto simile.

3. Quali sono le principali novità della legge regionale 46/2013 che comincerà ad operare nelle prossime settimane?

La principale novità della nuova legge sulla Partecipazione è che sarà obbligatorio il Dibattito Pubblico – un momento di informazione e confronto con i cittadini nelle fasi preliminari di elaborazione di un progetto, quando diverse opzioni sono ancora possibili – per tutte le opere pubbliche di competenza regionale che superano la soglia di 50 milioni di euro e per la localizzazione di opere nazionali.

Un altro aspetto di considerevole importanza, inoltre, consiste nel fatto che la nuova l.r. tende a limare ad uno dei difetti, quello della scarsa collegialità nell’erogazione dei finanziamenti. La L.R. 46/2013, difatti, prevede che l’Autorità regionale per la garanzia e la promozione della partecipazione, a differenza di quanto previsto dalla legge precedente, non sarà rappresentata da una sola persona ma da un organo collegiale composto da tre membri.

4. Quali sono i progetti che Rete Sviluppo presenterà al convegno dell’8 novembre?

ReteSviluppo presenterà due casi di successo:

“Le idee per la salute: percorso di partecipazione sulla diversabilità e le difficoltà di vita autonoma”, progetto svolto per la Società della Salute (SdS) Fiorentina Nord Ovest – v. i risultati del progetto

“Bilancio in Comune” per il Comune di Monteriggioni – v. il sito con i risultati del progetto

A questi due “case studies” se ne aggiungono molti altri su cui ReteSviluppo ha lavorato, alcuni cofinanziati da Regione Toscana, altri espressamente voluti dai singoli enti locali e da alcune associazioni (un caso di particolare coinvolgimento della popolazione giovanile e di orgoglio per la nostra società è stato quello svolto con scuole a Prato insieme a Legambiente sui temi del risparmio energetico).

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Tommaso RossiNuova stagione toscana della partecipazione democratica

La meglio gioventù (che aspetta un lavoro)

by Tommaso Rossi on 30 Maggio 2013

La XV indagine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati registra un ulteriore peggioramento del posizionamento dei giovani laureati all’interno del mercato del lavoro: aumenta il tasso di disoccupazione, mentre tra gli occupati si registra un aumento delle forme contrattuali a tempo determinato, e ciò avviene anche per quei giovani in possesso di lauree tradizionalmente considerate più ‘spendibili’, come ad esempio ingegneria informatica.

Tra gli occupati i dati mostrano tuttavia le migliori performance dei lavoratori in possesso di laurea rispetto ai diplomati, con un tasso di occupazione superiore di oltre 12 punti percentuali (76,6 contro 64,2) e una retribuzione media che, nel confronto, risulta superiore del 50% per gli occupati con laurea. Studiare conviene, quindi, e conviene ancora di più accompagnare il percorso accademico con uno stage curriculare di qualità, che accresce del 12% la probabilità di occupazione dei laureati ad un anno della conclusione degli studi rispetto a chi invece non vanta tale esperienza formativa. L’indagine smorza quindi quello che negli ultimi anni sembrava un quadro sempre più a tinte fosche per i giovani che puntavano sul cd. fattore ‘k’, quel capitale umano fatto di conoscenze teoriche e saper fare pratici appresi durante il percorso universitario.

Ciò ovviamente non cancella le problematiche del mercato del lavoro italiano ad ‘imbuto’, in cui le recenti riforme – in primis quella pensionistica – hanno di fatto ridotto il turnover raggiungendo ragionieristici obiettivi di riduzione della spesa pubblica, col risultato di trattenere al lavoro persone poco motivate (che solo fino a qualche mese fa avevano la prospettiva di poter andare in pensione) bloccando invece l’ingresso di forze giovani, più formate e motivate. Ciò è avvenuto nel mondo dell’impresa, ma in maniera evidente anche all’interno della Pubblica Amministrazione. Patetico persino pensare che alle condizioni attuali le imprese e le PA italiane possano raggiungere significativi aumenti dei livelli di produttività, fondamentali per realizzare quella CRESCITA così tanto evocata da soloni e burocrati delle istituzioni nazionali ed europee. Centrale resta l’esigenza di un taglio del costo del lavoro per le imprese, senza il quale fare impresa e creare sviluppo diventa difficile anche per l’imprenditore visionario à la Schumpeter.

Di tutto questo l’attuale classe dirigente deve dare conto, c’è una generazione che non può aspettare.

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Tommaso RossiLa meglio gioventù (che aspetta un lavoro)

Open Data: un progetto di innovazione dalla Toscana

by Tommaso Rossi on 8 Maggio 2013

reteSviluppo partecipa al progetto ‘ODINet’ approvato a dicembre 2012 dalla Regione Toscana nel bando POR “Programma CreO FESR 2007-2013”.

Il progetto rientra all’interno del vasto movimento degli Open Data, che in Italia ha avuto una notevole accelerazione negli ultimi tempi anche grazie alle novità normative introdotte – Legge 17 dicembre 2012 n.221, cd. Open Data by default – grazie alle quali, dal 19 marzo 2013, tutti i dati e documenti che le pubbliche amministrazioni pubblicano con qualsiasi modalità, senza l’espressa adozione di una licenza d’uso, si intendono rilasciati come dati aperti. È perciò probabile che nei prossimi anni il web fornirà una sempre crescente disponibilità di dati ed informazioni, con relativi problemi legati alla loro fruizione in ragione della diversità di formati, protocolli, metodologie e infrastrutture tecnologiche.

Il progetto ODINet prevede lo sviluppo di metodologie ed interfacce standard di accesso diretto ai dati online in modo integrato e federato, e si propone di sviluppare nuovi metodi di interrogazione e caratterizzazione dei dati nel web, per mezzo di tecniche di analisi e classificazione inerenti le reti sociali, sfruttando i collegamenti tematici, geografici, telematici e sociali insiti nei dati.

Le principali ricadute positive del progetto riguarderanno la Pubblica Amministrazione, gli enti produttori di dati, i cittadini, le aziende e la comunità scientifica. ODINet infatti si propone di sviluppare strumenti in grado di rendere maggiormente fruibili dati ed informazioni oggi caratterizzati da frammentarietà ed estrema dispersione, elementi di forte ostacolo agli obiettivi di maggiore trasparenza ed efficienza che le pubbliche amministrazioni intendono perseguire anche grazie alla diffusione di dati liberi. Open Data non è solo sinonimo di trasparenza della PA, ma può rappresentare anche un importante vettore di sviluppo economico in un contesto globale in cui l’informazione sta diventando uno dei beni più ricercati dagli attori economici.

L’ambizioso obiettivo del progetto – che oltre a reteSviluppo vede la partecipazione di Sistemi Territoriali S.r.l. (capofila), Simurg Ricerche S.N.C., Istituto di Fisiologia Clinica CNR Pisa e CQR S.r.l. – è quello di distinguersi dalla “concorrenza” internazionale e migliorare uno strumento open source (StatPortal Open Data) ed un portale (DatiOpen.it) interamente “made in Italy” che possano essere dei nuovi punti di riferimento in quanto ad innovazione, integrazione, analisi e visualizzazione dei dati.

Maggiori informazioni sono presenti sul portale del progetto ODINet

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Tommaso RossiOpen Data: un progetto di innovazione dalla Toscana

La febbre da start up…qualcosa ha prodotto!

by Tommaso Rossi on 12 Aprile 2013

Quasi non se ne può più, ormai sembra che tutti siano diventati startupper, imprenditori innovativi e pionieri impavidi.

Ti giri per strada e qualcuno ti nomina di iniziative legate alle start up, di incontri con i venture capitalist, di incubatori tecnologici e di spazi per il coworking. Il nome straniero non aiuta, Start up non sembra possa divenire una parola simpatica e alla portata di tutti. Per intendersi, le Start up sono aziende che nascono da zero attorno ad un’idea innovativa. Sono state la formula americana del successo della Silicon Valley, esportata in molte parti del mondo e approdata anche in Italia. Il ministro Passera un anno fa ha presentato una legge specifica per il supporto alla nascita delle imprese innovative, e nel recente Cresci Italia del dicembre scorso, cosa rara, sono state inserite alcune agevolazioni fiscali.

Questi interventi normativi sono stati accompagnati da un’importante campagna informativa, promozionale e pubblicitaria legata al brand Start up. Sono nati blog specializzati, movimenti di opinione, associazioni, progetti imprenditoriali e un flusso imponente di informazioni. Poco male, anzi molto bene. Ma fortunatamente non solo questo. Ecco la buona notizia di un impegno che sta portando ad alcuni risultati, fortunatamente tangibili. Nei primi tre mesi dell’anno sono nate 307 start up e ai primi di aprile siamo a quota 453. Con questi chiar di luna, direi che anche se start up non è una parola simpatica, è bene tenercela stretta!

Link collegati:

H-FARM

Progetto RENA

WORKING CAPITAL

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Tommaso RossiLa febbre da start up…qualcosa ha prodotto!

Dura fotografia dell’IRPET sul mercato del lavoro

by Tommaso Rossi on 28 Marzo 2013

Donne e giovani, il sistema Toscano va in crisi sul lavoro

Il recente rapporto annuale dell’IRPET sul Mercato del lavoro (presentato il 15 Marzo a Firenze) ci illustra le difficoltà che la nostra Regione ha vissuto nello scorso anno e le sfide che deve saper cogliere. Stiamo vivendo la più grave crisi del dopoguerra, la Toscana in questi anni ha mostrato una buona tenuta rispetto alla crisi, in alcuni casi superiore a quella di molte regioni. Il quadro è però decisamente peggiorato e tale tendenza non sembra arrestarsi; l’uscita dalla congiuntura negativa è ancora lontana e il mercato del lavoro mostra segnali evidenti di indebolimento.

È indubbio come l’intensità e la durata della crisi siano tali che la ripresa del mercato del lavoro dipenderà giocoforza da una maggiore crescita, parola fortemente richiamata in questo periodo ma che necessita di azioni concrete a livello nazionale e politiche decise e ben mirate a livello locale.

Nel contesto delineato si inseriscono le nuove fasce in difficoltà e le categorie che maggiormente in questi anni sono state penalizzate: i giovani e le donne. Questo aspetto lo vediamo dai numeri: il tasso di occupazione delle donne toscane diminuisce di quasi due punti percentuali rispetto al 2008 passando dal 56,2% al 55,4%. A questo si aggiunge una maggiore penalizzazione sul fronte dei contratti di lavoro, che vede aumentare per le donne il part time involontario, dal 34,7 del 2008 al 45,8 del 2011. Infine, un altro aspetto non trascurabile riguarda l’aumento delle inattive, che sono cresciute del 6% rispetto al 2008.

Rispetto ai giovani, il rapporto evidenzia come sia la categoria demografica più colpita dalla crisi economica e quella più in generale penalizzata dai cambiamenti strutturali intervenuti nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni. In tale contesto è andata poi ad operare la nuova legge del ministro Fornero, i cui effetti non sembrano essere al momento visibili rispetto alle semplificazioni per sbloccare il lavoro di giovani e precari.

La posizione dei nostri giovani risulta essere più grave rispetto alla media europea con percentuali simili agli altri paesi della fascia mediterranea. Anche su questo punto alcuni numeri possono aiutarci a comprendere la gravità del fenomeno: la fascia di età tra i 15 e 24 anni ha perduto 170 mila occupati, raddoppiando la disoccupazione dal 15 al 30%, mentre raggiunge il 20% nella fascia 15-29. Circa 18 giovani su 100 appartengono oggi ai Neet (giovani che non studiano e non lavorano). Nel 2008 erano 13 su 100. Fra i Neet la prevalenza degli inattivi è maggioritaria (62%), così come la quota di giovani senza esperienze di lavoro (41%).

Questo quadro ci narra un situazione complessa, dove la legislazione nazionale deve fare la propria parte in modo determinato sostenendo e supportando queste categorie in forte difficoltà. Ma anche la Regione Toscana non può esimersi da prendere dei provvedimenti maggiormente decisi e mirati alle singole realtà.

Da tale situazione si esce solo se si propongono interventi concreti per agevolare il mercato del lavoro delle donne, giovani e meno giovani, e delle misure più adeguate a colmare il problema della conciliazione lavoro-famiglia, questione che penalizza maggiormente le donne che devono essere assunte con contratti più stabili.

Sui giovani, il dato che emerge è che giovaniSI non basta. Serve un maggiore sostegno all’occupazione in generale e non solo ai tirocini retribuiti, ancora oggi strumenti poco remunerati e in alcuni casi utili per approfittare delle speranze dei giovani. Così come servono delle misure fiscali più coraggiose per agevolare l’impresa che assume, proponendo anche maggiori sistemi di premialità. Ma serve anche dare entusiasmo a quei giovani che hanno perso speranza nel futuro, ma qui il compito non è solo politico!

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Tommaso RossiDura fotografia dell’IRPET sul mercato del lavoro

‘Bilancio in Comune’ di Monteriggioni: tra pochi giorni i risultati della votazione dei progetti elaborati dai cittadini

by Tommaso Rossi on 12 Settembre 2012

È solo questione di ore ed i cittadini di Monteriggioni conosceranno il risultato finale del percorso di democrazia partecipata, denominato “Bilancio in Comune”. Il progetto, sostenuto e co-finanziato dalla Regione Toscana attraverso l’Autorità per la partecipazione, è iniziato a maggio 2012 ed ha visto la partecipazione attiva di circa 200 cittadini (su 9.500 abitanti) che hanno preso parte ad una serie di incontri di discussione, progettazione e votazione.

I cittadini hanno elaborato molte indicazioni, la cui fattibilità è stata prima stata vagliata dagli uffici comunali e poi sottoposta alla votazione di tutta la popolazione. Sono stati in tanti a cimentarsi con questa esperienza di democrazia diretta, votando via Internet oppure portando personalmente in Municipio la propria scheda. In totale sono stati 53 i progetti elaborati dai cittadini e poi vagliati dal voto popolare: 19 per la zona nord e Chiantigiana, 34 per la zona lungo la Cassia più vicina al Capoluogo (San Martino, Uopini, Tognazza, Fornacelle e Monteresi). Questi ultimi cittadini hanno votato i progetti relativi alle opere pubbliche (Centro Civico a San Martino, ristrutturazione immobile comunale sede dei Donatori di Sangue di Uopini e nuovo Parco Urbano fra Tognazza e San Martino) ed anche ai servizi pubblici (Scuola, Sport, Sociale, Trasporti); mentre gli altri cittadini si sono concentrati solo sui servizi. Ciascun elettore ha potuto esprimere un voto per ciascuna tema.

“Siamo al gran finale. I progetti più votati saranno quelli che l’amministrazione comunale si impegnerà a realizzare – dice il sindaco Valentini – Il superamento del diffuso risentimento della gente verso la politica passa anche da qui. Dalla riappropriazione del diritto ad essere ascoltati ed a decidere sui progetto di interesse collettivo. Il Comune si è messo in gioco, ma anche i cittadini lo hanno fatto, uscendo dalle case e cimentandosi con i problemi complessi della Pubblica Amministrazione, sia di ordine finanziario che normativo. L’articolazione di Monteriggioni in tante frazioni ostacola una visione comune dell’andamento e del futuro della nostra comunità, ma cresce la consapevolezza dei grandi passi in avanti compiuti in questi anni e quindi della qualità della vita raggiunta”.

Sabato 15 settembre alle ore 10 presso la sede comunale verranno aperte le urne e saranno finalmente resi pubblici i risultati della votazione, alla presenza del sindaco e di tutti i cittadini che vorranno condividere questo momento. I progetti che avranno totalizzato il maggior numero dei voti per ciascun tema saranno quelli che il Comune di Monteriggioni si impegnerà a realizzare, compatibilmente con i tempi ed i vincoli finanziari del Patto di Stabilità. Per la zona 1 i progetti vincitori saranno 4 e 7 per la zona 2.

“Dopo lo spoglio dei voti – conclude Valentini – la palla passa all’Amministrazione perché dovremo inserire quanto deciso nel programma delle opere pubbliche ed iniziare l’itinerario per la loro realizzazione. Una volta terminate le opere, i cittadini potranno osservarle orgogliosi di aver contribuito a deciderle”.

Per saperne di più:

www.comune.monteriggioni.si.it, pagina Facebook Bilancio in Comune, telefono 0577 306634, e mail:partecipazione@comune.monteriggioni.si.it , ufficio segreteria del Comune di Monteriggioni via Cassia Nord 150.

Fonte: Comune di Monteriggioni – Ufficio Stampa

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Perché non ha senso parlare di una Città metropolitana solo fiorentina

by Tommaso Rossi on 19 Luglio 2012

Il recente decreto del Governo sulla spending review rappresenta solo l’ultimo, in ordine di tempo, tentativo di riorganizzazione dell’assetto istituzionale del nostro Paese fatto in nome del nobilissimo fine del contenimento della spesa pubblica. Tra gli elementi qualificanti del decreto di revisione della spesa vi è l’accorpamento e riduzione delle province, con una significativa razionalizzazione delle competenze fino ad oggi previste per l’ente provincia, molte delle quali (tra cui scuola e lavoro) passerebbero negli ambiti di Comuni o Regione. In 10 grandi poli urbani italiani la Provincia verrà sostituita – almeno inizialmente con i medesimi confini – dalla Città Metropolitana (CM), l’ente fino ad oggi incompiuto previsto dal nostro ordinamento fin dal 1990.

Firenze rientra in quest’ultima fattispecie, e ormai da anni il dibattito politico locale ha espresso l’esigenza di un governo di area vasta capace di trascendere gli storici confini amministrativi ponendosi in una dimensione metropolitana reale. La differenza tra la Provincia e la CM si esemplifica in questi termini: la Provincia è un’area vasta che comprende un territorio solo in parte urbanizzato, composto da Comuni che sono identificabili come comunità distinte; la CM è un’area vasta urbanizzata in cui i Comuni sono strutturalmente connessi, dal punto di vista economico e sociale ed infrastrutturale.

Il decreto sopra richiamato si pone all’interno di un solco recente scavato a partire dalla Legge delega sul Federalismo fiscale (42/2009), che vuole l’individuazione dei contorni di un’area metropolitana entro i confini amministrativi della Provincia, di fatto una contraddizione in termini considerando i diversi criteri che necessariamente muovono la perimetrazione di una Provincia (amministrativi) e di una Città – o Area – Metropolitana (funzionali).

Sin dal 2000 il Consiglio regionale della Toscana riconosce l’attuale territorio delle Province di Firenze, Prato e Pistoia come l’area metropolitana della Toscana centrale, ovvero un territorio fortemente integrato sotto gli aspetti funzionali e infrastrutturali e dalle significative sinergie di area vasta. L’area, che rappresenta a livello fisico il 21% del territorio toscano, raccoglie ben il 41% della popolazione regionale. L’elevata incidenza di quest’area non si ferma al solo dato demografico, approfondendosi ancor più in quello economico: nell’area metropolitana della Toscana centrale viene prodotto circa la metà dell’intero PIL regionale e sono presenti alcune delle principali funzioni terziarie avanzate della regione.

La possibilità di una Città Metropolitana solo fiorentina confligge evidentemente con la natura stesso di questo Ente, e quindi con gli stessi principi di razionalizzazione della spesa che il Governo si propone. Da qualche mese la Commissione Speciale per la Città Metropolitana della Provincia di Firenze sta lavorando per portare una proposta in Parlamento che invece dia la possibilità di riconoscere de iure la realtà metropolitana de facto Firenze-Prato-Pistoia, cui spetterebbe – oltre alle funzioni delle soppresse province – la pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali; la strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, nonché organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano; mobilità e viabilità; promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale.

La Commissione Speciale ha licenziato nei giorni scorsi un documento – frutto della collaborazione con l’Università di Firenze e ReteSviluppo S.c. – che formalizza passaggi e proposte necessari per giungere alla concretizzazione della Città metropolitana, con tutte le consultazioni da sottoporre agli interlocutori nazionali.

Lo studio socio-economico presente all’interno del documento palesa in maniera evidente la necessità di un governo su scala metropolitana dell’area Firenze-Prato-Pistoia, caratterizzata da fenomeni e processi complessi in cui gli attuali limiti amministrativi delle odierne province rappresentano un limite, piuttosto che una risorsa. Il fine non sarebbe, dunque, quello di fare di tre province una sola, quanto piuttosto quello di dotare di un governo metropolitano un’area vasta caratterizzata da forti connessioni e da fenomeni che caratterizzano, appunto, la scala metropolitana e non solo quella della provincia riconducibile al capoluogo Firenze. Puntare su un’area metropolitana solo ‘fiorentina’ riproporrebbe schemi e soluzioni del passato in un contesto di competizione globale dei territori molto mutato, in cui gli effetti e le sinergie d’area vasta (dalle infrastrutture all’ambiente, fino alla programmazione economica) rappresentano una delle principali leve sui quali oggi occorre puntare affinchè la riforma istituzionale si traduca in un cambiamento qualitativo dei rapporti tra Pubblica Amministrazione e territorio.

Trincerarsi per la strenua difesa dei campanili appare oggi come la più anacronistica strategia che gli enti locali possano adottare per il mantenimento dello status quo. L’auspicio è che le amministrazioni locali si risolvano a spingere in maniera più decisa nei confronti del Governo verso il riconoscimento di una realtà, come quella della Toscana centrale, che può rappresentare un importante passo in avanti per il superamento della frammentazione istituzionale che caratterizza in maniera così marcata il nostro Paese

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Tommaso RossiPerché non ha senso parlare di una Città metropolitana solo fiorentina

Presentati i progetti per il ‘Bilancio in Comune’. Ora spetta ai cittadini votare

by Tommaso Rossi on 9 Luglio 2012

Sono stati presentati mercoledì 4 e giovedì 5 luglio i progetti da votare all’interno del percorso partecipato Bilancio in Comune che riguardano alcuni servizi (scolastici, sociali, sportivi e trasporto pubblico) ed alcune opere pubbliche (centro civico di San Martino, parco urbano San Martino-Tognazza, emporio polifunzionale di Uopini).

Tante le idee suggerite dai partecipanti in queste settimane dedicate alla discussione e alla progettazione ed accolti dall’Amministrazione che ora dovranno essere votati dai cittadini di Monteriggioni. Nel corso delle ultime due serate aperte a tutta la cittadinanza, il Sindaco e gli Assessori hanno illustrato le motivazioni che hanno portato l’Amministrazione comunale a preferire alcune idee rispetto ad altre. Inizia ora una fase molto importante per tutta la popolazione che nel corso della prossima settimana, dal 9 al 15 luglio, potrà esprimere la propria opinione attraverso una vera e propria votazione.

“Il primo grande risultato del Bilancio Partecipato e’ il riavvicinamento fra i cittadini e le Istituzioni – dice il sindaco Valentini – Il Comune ha aperto i propri cassetti, rendendo trasparente il proprio funzionamento, spiegando regole e limiti, anche finanziari. Se le proposte prescelte fra quelle emerse dai tavoli di discussione verranno accolte dalla votazione democratica di coloro che parteciperanno al seggio allestito in Municipio od a quello virtuale tramite il Sito internet, diventeranno obiettivi dell’Amministrazione. Ringrazio davvero chi ha partecipato a questa prima fase, perché non c’è stata né critica preconcetta né tanto meno acquiescenza ai programmi amministrativi già in corso. Alcune proposte erano più’ prevedibili ma altre sono veramente innovative. Adesso attendiamo una nutrita partecipazione al voto perché ciò che scaturirà da questa consultazione entrerà a far parte della scaletta delle priorità”.

Ecco le modalità di voto:

  • Attraverso internet (voto elettronico), da LUNEDI’ 9 LUGLIO a DOMENICA 15 LUGLIO 2012: i cittadini maggiorenni, italiani e stranieri, potranno votare inviando una e-mail all’indirizzo partecipazione@comune.monteriggioni.si.it indicando il proprio nome e cognome, il numero della propria tessera elettorale (o documento di riconoscimento) e il titolo o il codice numerico del progetto che intendono votare. I voti potranno essere inviati fino alle ore 24 di domenica 15 luglio. (Esempio di voto elettronico (Mario Bianchi, residente a Uopini): Mario Bianchi, n. tessera elettorale 123456789, Progetto n. 1 “Sport insieme”).
  • Nella sede del Comune, da LUNEDI’ 9 LUGLIO a SABATO 14 LUGLIO 2012: verrà costituito un seggio elettorale presso l’ufficio elettorale del Municipio , che resterà aperto dalle ore 8,00 alle 14,00 dal lunedì al sabato. Martedì sarà aperto soltanto il pomeriggio dalle ore 14,00 alle ore 19,00. È necessario un documento di riconoscimento.

Come votare:

  • ciascun elettore potrà esprimere un voto per le proposte relativa a ciascuna delle tre opere pubbliche e per ognuno dei quattro servizi pubblici presi in esame. Per votare sarà sufficiente tracciare una X sul numero del progetto o sul suo titolo. Sarà necessario un documento di riconoscimento. I cittadini potranno votare i progetti relativi soltanto alla loro zona di residenza (Zona 1, solo sui servizi pubblici/Zona 2, sui servizi pubblici e sulle opere pubbliche).
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Tommaso RossiPresentati i progetti per il ‘Bilancio in Comune’. Ora spetta ai cittadini votare