La Web reputation sempre più influente. Cosa dice di te la rete?

by Tommaso Rossi on 2 Maggio 2016

Non essere in rete è come non esistere ma esserci e farlo nel peggiore dei modi non è molto meglio. Un quadro d’insieme del panorama italiano; esperienza, relazione e condivisione al centro di un nuovo modo di porsi nel mercato globale.

Restringendo il campo della nostra analisi all’ambito  turismo, dati certi confermano che l’applicazione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione offre agli operatori del settore turistico grandi vantaggi in termini di promozione e commercializzazione, aumentando però proporzionalmente anche la complessità dello scenario di riferimento. In particolare, nel processo di acquisto del prodotto turistico, il WEB è il principale strumento informativo per il Turista Digitale italiano, particolarmente attivo su Internet in tutte le macro-fasi del viaggio: nei momenti pre-viaggio, l’88% ricerca informazioni e l’82% prenota o acquista qualcosa (alloggio, mezzo di trasporto o attività da fare a destinazione); durante il viaggio il 44% acquista su Internet qualche attività e l’86% utilizza applicazioni in destinazione a supporto dell’esperienza; il 61% fa attività digitali nel post-viaggio.

Da un’indagine sulle strutture ricettive (Fonte: http://www.osservatori.net/), che ha coinvolto circa 2000 realtà italiane, si può invece notare che l’utilizzo degli strumenti digitali è ormai diffuso sia nella gestione delle relazioni esterne (si va dall’89% di utilizzo dei social network al 16% di invio di e-mail pubblicitarie a pagamento) sia nei processi interni (dall’82% dei sistemi di pagamento elettronici al 14% dei sistemi di CRM).

In linea generale, la ricerca di qualsiasi genere di informazione è prettamente online (65% contro i 17% offline) (Fonte: TripAdvisor globalreport italian 2015): viene da sé quindi che non può essere sottovalutato l’“ecosistema” digitale, in quanto le imprese sono chiamate oggi a confrontarsi con l’evoluzione del settore e a tenersi al passo in termini quindi di Web Reputation, prendendo in considerazione cosa il turista pensa dell’offerta proposta, a 360°. La quasi totalità dei rispondenti (99%) ha un sito web e aumenta il numero di coloro che hanno un profilo sui social network (89%), percepiti ormai come ambienti di “relazione” che i turisti prendono in considerazione al momento della scelta della destinazione.

Perché se dal punto di vista del turista, la reputazione online può creare aspettative specifiche per una scelta più consapevole, dal punto di vista dell’operatore offre l’opportunità di conoscere, monitorare ed analizzare in modo semplice ed efficace le opinioni sulla propria struttura, sui propri servizi, sui propri dipendenti e così via…

Ma cos’è quindi in concreto la reputazione online? Quali sono gli aspetti effettivi che impattano sulla scelta dei nostri utenti? È il servizio che eroghi o il brand che rappresenti? Non proprio!

La Web Reputation oggi è molto di più: è l’interpretazione del nostro operato da parte di chi ci sceglie; è l’interpretazione del nostro messaggio, come viene recepito, trasformato e rimesso in circolazione: è anche ed in parte il PASSAPAROLA. È la struttura, i suoi dipendenti, il suo territorio… è l’ESPERIENZA, è tutto quello che il cliente sperimenta ogni giorno e che è in grado di raccontare.

C’è da dire che non esiste un manuale di monitoraggio della propria presenza in rete, ma in linea generale è consigliabile seguire costantemente tutti quei dettagli che riguardano sia l’impianto in senso stretto, sia eventuali slogan o messaggi di marketing, quindi la rete comunicativa. Il punto fondamentale resta quello di non creare false aspettative, ma usare una trasmissione delle informazioni autentica, semplice e trasparente.

Il problema delle false recensioni, o commenti non veritieri è pratica ancora diffusa ma non possiamo per questo sminuire l’importanza della voce in capitolo che ha l’esperienza del turista; esperienza che nuovi strumenti e servizi stanno rendendo sempre più centrale. È proprio qui che si rafforza il ruolo dell’operatore e degli strumenti di gestione della web reputation. Una buona gestione consiste proprio nel gestire proattivamente ogni feedback, analizzarlo, avviare un’interazione istantanea con l’utente e agire quindi in maniera tempestiva e positiva.

Esiste perciò un vero e proprio “palcoscenico virtuale”, capace di influenzare sotto molti aspetti il business delle imprese del turismo. La necessità di gestire questo “palcoscenico virtuale” è quindi di vitale importanza e l’imprenditore nel settore turistico deve essere il primo attore in scena, contribuendo alla costruzione di una reputazione ideale, solida e duratura nel tempo.

Il progetto TouriNet ha come obiettivo primario quello di condurre ricerca e sviluppo finalizzati alla definizione di nuove tecnologie per migliorare il business delle imprese del turismo, valorizzando la loro web reputation e promuovendo la creazione di sinergie tra attività di diverso tipo (ristoranti, alberghi, musei, etc.). In particolare vengono utilizzate innovative tecniche di Social Network Analysis (SNA),Sentiment Analysis, GIS e Web Semantico per produrre indicatori a partire dall’enorme miniera informativa presente online sulle imprese turistiche. È un progetto di ricerca sperimentale co-finanziato dalla Regione Toscana (Por Creo).

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Quando i dati salvano vite: la banca dati sulla donazione degli organi

by Tommaso Rossi on 14 Aprile 2016

Il Sistema Informativo Trapianti (SIT) è una banca dati pubblica, aggiornata in tempo reale, che registra le attività della rete nazionale dei trapianti per garantire la tracciabilità e la trasparenza dell’intero processo di “donazione-prelievo-trapianto” di organi e tessuti.

Al 12 aprile 2016 oltre 1,6 milioni di cittadini adulti in Italia (pari al 3,2% dei maggiorenni) ha espresso il proprio consenso alla donazione di organi attraverso una delle modalità previste: presso le ASL, attraverso l’iscrizione all’A.I.D.O. (Associazione italiana per la donazione di organi), o attraverso il consenso reso presso il proprio Comune di residenza all’atto di richiesta/rinnovo del documento di identità. Proprio quest’ultima modalità, prevista dalla Legge 25 del 2010, ha dato una forte spinta verso una maggiore sensibilità e disponibilità da parte dei cittadini a riflettere su questo importante tema.

Nel solo 2014 in Italia sono stati effettuati 2.984 trapianti, grazie alla generosità di 2.347 donatori (di cui 261 viventi). Sempre all’aprile 2016, sono 9.329 le persone in lista di attesa di un trapianto (di cui 269 in lista pediatrica).

In Toscana le dichiarazioni di volontà per la donazione di organi sono ad oggi circa 106 mila, pari al 3,3% della popolazione maggiorenne residente in Regione, raccolte in larga parte attraverso l’iscrizione all’A.I.D.O.

In considerazione dell’importanza del tema, la Regione Toscana in col­laborazione con Anci Toscana, Federsanità Anci, Centro Nazionale Trapianti e AIDO ha avviato una campagna di sensibilizzazione attraverso il progetto “Una scelta in comune” : nel caso in cui il cittadino decida di esprimere la propria volontà – sia essa positiva o negativa – questa confluirà direttamente nel Sistema Informativo Trapianti, il database del Ministero della salute, consultabile 24 ore su 24; il dato acquisito non viene indicato sul documento di identificazione ed è possibile modificare in qualsiasi momento la scelta indicata, comunicandolo alla propria Asl.

 

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Gli Uffizi e la sfida del “Corridoio” per sfidare i grandi musei europei

by Tommaso Rossi on 14 Marzo 2016

Nel 1565 probabilmente Giorgio Vasari non pensava che il Corridoio costruito per Cosimo I dei Medici e la sua ristretta cerchia familiare avrebbe un giorno, oltre 450 anni dopo, consentito a qualche milione di persone di spostarsi tra la Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti.

Sembra infatti essere questo lo scenario prospettato dal nuovo direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, che intende utilizzare il Corridoio Vasariano  – senza la collezione di autoritratti – per portare quello che sarebbe il nuovo Polo museale degli Uffizi a sfidare i numeri dei principali musei europei. Già nel 2015 i visitatori degli Uffizi sono aumentati del 2% rispetto all’anno precedente (1.971.596 ingressi totali), in un contesto nazionale comunque segnato dall’ottima dinamica turistica: i visitatori dei musei italiani sono aumentati del 6% (2,5 milioni di persone in più), gli incassi del 14% (+20 milioni) e gli ingressi gratuiti del 4% (+ 900mila).

Proprio Firenze piazza 3 attrazioni nella “Top ten” nazionale per numero di visitatori, con gli Uffizi al terzo posto (dopo il Colosseo e gli Scavi di Pompei), le Gallerie dell’Accademia al quarto (1,4 milioni di visite) e il Circuito museale Boboli e Argenti al sesto posto (864 mila visite). Considerando i soli musei, quindi, Firenze vanta la maggiore attrattività delle proprie strutture, e il “numero chiuso” della Galleria degli Uffizi  – non possono essere presenti contemporaneamente più di 900 persone – non sembra influire sui numeri costantemente in crescita del sito museale.

Restano comunque lontani i principali poli museali europei, come il Louvre di Parigi (9 milioni di visitatori) o il British Museum (6,6 milioni) e la National Gallery (6,4 milioni) di Londra. Facendo una semplice somma algebrica dei visitatori della Galleria degli Uffizi, del Corridoio Vasariano (la cui collezione però necessiterebbe di una nuova collocazione), dei musei di Palazzo Pitti e del Giardino di Boboli, il nuovo Polo “sfonderebbe” senza problemi la cifra di oltre 3 milioni di visitatori annui. A questo numero potrà verosimilmente aggiungersi un’ulteriore quota di visite derivanti dalla riorganizzazione del sistema, aspettandosi che da tale processo venga fuori un gioco a somma positiva, in cui cioè a beneficiarne saranno non solo le nuove Gallerie degli Uffizi, ma anche le altre attrazioni del circuito e, in sintesi, l’intera offerta turistico-culturale fiorentina.

Ulteriore aspetto su cui pare utile soffermarsi riguarda la tipologia di turismo su cui la nuova offerta museale andrebbe ad impattare. L’ampliamento dell’offerta legata al biglietto che il turista acquista per visitare gli Uffizi potrebbe avere un impatto positivo anche sulla permanenza media, che ad oggi per Firenze si assesta sui 2,6 giorni, agendo così sul cd. “turismo mordi e fuggi”, molto impattante sul lato della domanda di servizi della città, ma meno dal punto di vista del finanziamento degli stessi servizi attraverso, ad esempio, il pagamento della tassa di soggiorno. Se si ipotizzasse un aumento annuale del 3% del numero di presenze in città dovuto alla riorganizzazione degli Uffizi, Palazzo Vecchio potrebbe contare su risorse aggiuntive, in media, per oltre 1 milione di euro derivante dalla solo tassa di soggiorno, senza contare gli effetti sull’intero indotto turistico.

“L’impatto dell’apertura del Corridoio Vasariano sul turismo di Firenze – affermano i ricercatori di reteSviluppo – non può essere comunque stimata appieno con le informazioni ad oggi a disposizione. Molto dipenderà anche dalla politica dei prezzi che verrà adottata attraverso un probabile biglietto unico, così come sarà fondamentale l’offerta di servizi durante il percorso di visita, soprattutto attraverso il supporto di tecnologie digitali in grado di rendere l’esperienza sempre più personalizzata e appetibile per le esigenze del turista”.

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Democrazia partecipativa: nuova linfa per la dimensione pubblica delle decisioni

by Tommaso Rossi on 8 Marzo 2016

I cambiamenti cui sembrano andare incontro negli ultimi anni le democrazie moderne, in modo particolare la perdita di centralità delle forme di rappresentanza e di partecipazione, hanno finito inesorabilmente con il far emergere nuove idee di riforma della pratica democratica come il concetto di democrazia partecipativa. Un orientamento da cui hanno preso avvio approfondimenti ed approcci teorici ampi ed articolati ma anche diffuse e diversificate pratiche “partecipative”.

In letteratura vi è anche una ampia discussione riguardo al significato di democrazia partecipativa così come alla distinzione terminologica rispetto all’espressione democrazia deliberativa . Non è tuttavia obiettivo di questo articolo approfondire le differenze terminologiche tra le due espressioni quanto sottolineare soprattutto l’emergere di una nuova e per certi versi intermedia forma di democrazia tra quella rappresentativa e quella diretta che definiamo per semplicità in questo articolo partecipativa.

Per democrazia partecipativa si intende un modello in cui la partecipazione è assunta quale metodo di governo della cosa pubblica, in base a criteri di inclusione, collaborazione e stabilità del confronto fra istituzioni e società civile: in particolare essa si configura come un’interazione entro procedure pubbliche (amministrative, normative, di controllo) fra società e istituzioni, che mira, mediante forme collaborative di gestione dei conflitti, a produrre di volta in volta un risultato unitario in funzione del miglior perseguimento dell’interesse generale.

Secondo Umberto Allegretti, nella democrazia partecipativa le persone sono presenti come singoli e attraverso associazioni, e agiscono autonomamente nell’istruttoria, nella consultazione e nella stessa decisione in seno però a procedure istituzionali riconosciute: “cittadini comuni” che intervengono attraverso autocandidatura o su chiamata attraverso sorteggio o con altre modalità imparziali scelte dall’istituzione che conduce il processo.

Solitamente i cittadini definiscono delle raccomandazioni ma è l’istituzione ad assumere la vera e propria decisione finale. Per Allegretti pertanto la democrazia partecipativa implicherebbe un ruolo importante da parte delle istituzioni che non perderebbero il loro ruolo decisorio ma che rimarrebbero al contrario centrali all’interno del processo. Dall’altra parte i cittadini agirebbero come legittimi protagonisti, autonomi e capaci di influenzare la decisione; non si tratterebbe delle classiche procedure della democrazia diretta o delle esperienze di autogestione in cui da soli i cittadini decidono in merito ad una specifica tematica. Si assisterebbe pertanto ad una situazione in cui, all’interno di una procedura organizzata, le due componenti (cittadini ed istituzione) sarebbero reciprocamente riconosciuti.

Nonostante le potenzialità della democrazia partecipativa, altrettanto, diffuse sono le perplessità dovute anche al fatto che, in diverse occasioni, sono state nutrite attese che poi hanno avuto difficoltà ad essere realizzate concretamente. È opportuno pertanto interrogarsi tanto sui punti di forza che sui punti di debolezza di tale approccio e delle esperienze realizzate, in modo da alimentare le opportunità di cambiamento offerte da questo nuovo orientamento che sembra in grado di garantire nuova linfa alla dimensione pubblica delle decisioni. In un periodo in cui la politica e gli organi di rappresentanza sembrano aver perso il loro ruolo storico, queste nuove forme di partecipazione potrebbero infatti garantire una rinnovata partecipazione collettiva con forme e modalità nuove.

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La Corporate Social Responsibility: strumento importante e strategico per le imprese

by Tommaso Rossi on 2 Marzo 2016

La CSR (Corporate Social Responsibility), tradotta in italiano RSI Responsabilità Sociale d’Impresa, ha fatto il suo ingresso formale nell’agenda dell’Unione Europea in corrispondenza del Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000, quando è stata considerata uno degli strumenti strategici con l’obiettivo di realizzare una società più competitiva e socialmente coesa e per modernizzare e rafforzare il modello sociale europeo.

Tra gli strumenti attraverso i quali è possibile perseguire tali obiettivi, un ruolo di primaria importanza spetta al Bilancio Sociale, un documento informativo che illustra l’attività di un’impresa, ma anche di altre organizzazioni, mettendo in luce la propria attività con il contesto sociale in cui opera.

Si rivolge generalmente agli stakeholder dell’impresa e permette di descrivere l’operato dell’impresa in rapporto alla sua mission ed ai suoi principi generali; di illustrare le proprie prestazioni in particolare dal punto di vista sociale; di divulgare informazioni necessarie al management per definire le strategie sociali dell’impresa; di verificare la coerenza tra gli obiettivi prefissati e i risultati raggiunti e, infine, di fissare gli obiettivi dell’impresa sotto il profilo sociale.

Secondo i dati del KPMG International Survey of Corporate Responsibility Reporting, le grandi imprese che pubblicano Bilanci Sociali sono circa il 64% delle imprese facenti parte del G250 – Global Fortune 250 companies e il 41% delle N100, un paniere composto dalle maggiori 100 imprese di 16 Paesi. A livello europeo, realizza un Bilancio Sociale circa il 65% delle imprese del Dow Jones 600 Europe, un indice che include 600 imprese europee di grandi e medie dimensioni. A livello italiano, invece, L’Osservatorio Bilanci CSR, creato da Avanzi nel 2004, dichiara che circa il 15% delle società quotate redige un Bilancio Sociale; percentuale che sale al 60% se si considerano le società a maggiore capitalizzazione S&P MIB40.

Il V Rapporto nazionale SWG per l’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione “L’impegno sociale delle aziende in Italia”, sostiene che il 64% delle aziende con più di 100 dipendenti investe in CSR: di queste, la maggior parte può contare su fatturati molto consistenti e, tra le modalità che le aziende scelgono per operare nel tessuto della CSR, è prevalente quella di matrice “passiva”, cioè si limita a fare delle erogazioni economiche e/o materiali non investendo nell’operatività dell’impresa. Sempre secondo tale indagine, il Bilancio Sociale, è redatto dal 37% delle imprese.

Di dati attendibili non ve ne sono molti, ma secondo rilevazioni effettuate da Unioncamere sull’interesse mostrato dalle imprese italiane verso il Bilancio Sociale, emergerebbe che maggiore è la dimensione delle imprese più alto è il loro interesse per tale strumento, interesse che pertanto diminuirebbe con il contrarsi della dimensione aziendale. Questo dipende ovviamente dal fatto che cambiando la dimensione aziendale cambiano le ragioni per cui si decide di adottare comportamenti socialmente responsabili, ma bisogna puntualizzare come strumenti di questo tipo vadano a generare effetti positivi che in molti casi sono indipendenti dal tipo di impresa.

Al fine di diffondere quindi uno strumento come quello del Bilancio Sociale anche all’interno di quel vasto panorama produttivo composto dalle piccole e medie imprese, è necessaria una messa in rete delle stesse, in modo che possano cogliere vantaggi e benefici di tale strumento, in modo che le esperienze che già ci sono vadano moltiplicandosi. Un ruolo di primo piano potrebbero averlo ad esempio le associazioni di rappresentanza delle imprese, che dovrebbero essere capaci di creare la giusta rete e di sensibilizzare gli imprenditori ad intraprendere azioni di rendicontazione sociale di questo tipo.

Oltre a questo, sarebbe di vitale importanza, creare politiche di incentivazione più consistenti al fine di spingere gli attori imprenditoriali verso la rendicontazione sociale. Un freno alla sua diffusione, infatti, non può che provenire, in primo luogo, da una mancanza di ritorni immediati e da una mancanza di incentivi di mercato.

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Tommaso RossiLa Corporate Social Responsibility: strumento importante e strategico per le imprese

La condizione abitativa in Toscana, tra luci e ombre

by Tommaso Rossi on 16 Febbraio 2016

Il Rapporto dell’Osservatorio Sociale Regionale svela che il 92% degli assegnatari di alloggi popolari è di cittadinanza italiana. Migliora lo stato di salute del mercato immobiliare, mentre forti criticità permangono sul fronte degli sfratti.

Dati interessanti provengono dalla fotografia scatta dall’Osservatorio Sociale attraverso il IV Rapporto sulla condizione abitativa in Toscana: da un lato, nel corso del 2014, si è osservata una ripresa del mercato immobiliare, grazie alla crescita delle compravendita di immobili residenziali (+5,6%) sostenuta da prezzi ancora in calo e da una prima ripresa dei mutui concessi dagli istituti di credito (+14,9%); gli aspetti di maggiore criticità continuano a riguardare l’emergenza sfratti, con l’aumento dei provvedimenti (+2,3%) e, soprattutto, delle esecuzioni di sfratto (+15,5%). Confrontando i dati degli sfratti in Toscana con la popolazione residente, si osserva un provvedimento di sfratto ogni 269 famiglie (mentre il dato nazionale è di uno ogni 334 famiglie) e un’esecuzione ogni 494 famiglie (contro le 715 in Italia). Il peggior rapporto tra provvedimenti di sfratto emessi e famiglie residenti si registra nelle province di Prato (1/152) e Pistoia (1/217). Ancora non provengono segnali positivi dall’Edilizia: prosegue il calo di nuove costruzioni che, nel 2013 (ultimo dato disponibile), sono quasi dimezzate (-46,1%) rispetto all’anno precedente.

A fronte delle difficoltà segnalate rispetto al bisogno primario dell’abitazione, la risposta pubblica ha agito su diversi fronti: dal Fondo sociale per l’affitto (oltre 20 milioni di euro, di cui circa 8 stanziati dalla Regione), al Fondo nazionale per la morosità incolpevole, grazie al quale nel 2014 sono stati assegnati 3,7 milioni di euro ai Comuni capoluogo ed i Comuni ad alta tensione abitativa, e il “Fondo sfratti”, con 4 milioni di euro di stanziamento regionale finalizzati ad evitare l’esecuzione degli sfratti per morosità di famiglie in temporanea difficoltà. Quest’ultimo strumento, nel 2014, ha visto un tasso di copertura delle domande pari al 69,8% dei richiedenti (731 beneficiari); il contributo medio erogato è stato di 5.466 euro.

Particolarmente interessante è l’approfondimento contenuto nel Rapporto che, in continuità con gli scorsi anni, analizza il patrimonio di edilizia pubblica e le caratteristiche degli assegnatari degli alloggi. Il patrimonio Erp gestito dalle undici Aziende pubbliche per la casa operative in Toscana è composto da 49.361 unità immobiliari (cui se ne aggiungono 1.283 in costruzione), più del 55% delle quali concentrate a Firenze (25,8%), Livorno (16,9%) e Pisa (12,5%). In Toscana in media si ha un alloggio di edilizia residenziale pubblica ogni 33,2 famiglie, contro il dato nazionale di un alloggio ogni 34,8 famiglie.

Maggiore disponibilità di alloggi si ha a Livorno (1 alloggio ogni 18,7 famiglie), Massa Carrara (1 ogni 23,4), Pisa (1 ogni 29,2) e Firenze (1 ogni 29,6). Minore disponibilità a Pistoia (1 ogni 58,5) e Prato (1 ogni 57,4).

Le famiglie che in Toscana vivono all’interno di un alloggio Erp sono 47.602 per un totale di 115.708 persone (2,43 componenti per famiglia). In tutto rappresentano quasi il 3% dei residenti nella regione e il 18,3% delle famiglie che vive in affitto. Nel 92% degli alloggi almeno un assegnatario ha la cittadinanza italiana: tale dato sconfessa quindi senza possibilità di replica l’affermazione secondo cui l’accesso all’alloggio popolare sarebbe una prerogativa dei soli cittadini stranieri.

Nel 27,4% dei casi la famiglia che vive nell’alloggio è composta da una sola persona, in valori assoluti si tratta di 13mila famiglie  unipersonali. Di queste 1.783 sono con assegnatario di età superiore  ad 85 anni. Il 94,7% degli alloggi Erp risulta assegnato a inquilini con regolare contratto di locazione, mentre le occupazioni senza titolo/abusive rappresentano l’1,7% del totale, contro il 6,2% del dato nazionale.

Il quadro generale offerto dal Rapporto ci mostra quindi un leggero miglioramento di alcuni indici relativi al mondo dell’abitazione, anche se permangono forti criticità sul fronte degli sfratti. Il patrimonio Erp, in tal senso, rappresenta un’importante risposta alle difficoltà economiche delle famiglie, accentuatesi negli ultimi anni, tuttavia i dati relativi alle graduatorie ci mostrano come soltanto circa il 12-13% dei nuclei presenti all’interno delle graduatorie comunali (di durata triennale) riesce ad avere accesso all’alloggio popolare. Un problema in tal senso, comune all’intero Paese, riguarda il basso tasso di turnover che, nella sostanza, viene garantito soltanto alla morte degli occupanti degli alloggi. Oltre all’accrescimento del patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblico, una maggiore efficacia delle politiche dell’alloggio (in termini di risposta ai bisogni di un pubblico più ampio) dovrebbe essere garantita dal passaggio ad una logica di “transitorietà” dell’alloggio popolare, utile cioè a supportare il nucleo familiare all’interno di periodi di difficoltà e facilitarne il miglioramento delle condizioni economiche che potranno quindi consentire, allo stesso nucleo, di potersi rivolgere al mercato privato della locazione, “liberando” risorse che potranno essere utilizzate per altri soggetti in difficoltà.

Il IV Rapporto sulla condizione abitativa in Toscana, è scaricabile dal sito web dell’Osservatorio Sociale Regionale

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L’approccio partecipativo nei processi decisionali: facilitazione dei percorsi e degli eventi partecipativi

by Tommaso Rossi on 12 Febbraio 2016

Gli approcci di tipo partecipativo stanno avendo una importante diffusione, tanto in ambito privato che in ambito pubblico. Numerose sono le esperienze che si stanno compiendo e con esse l’emergere di nuove figure di gestione o facilitazione dei gruppi e dei processi decisionali.

Oggi risulta sempre più strategico ad esempio per le organizzazioni coinvolgere le risorse umane presenti al proprio interno così come per le amministrazione pubbliche locali riuscire a coinvolgere i propri cittadini nell’indirizzo delle scelte pubbliche. Le aziende si stanno spostando verso modelli meno accentrati, meno direttivi poiché il coinvolgimento dei dipendenti e dei collaboratori è un elemento fondamentale per il buon funzionamento dell’organizzazione stessa.

Allo stesso modo, risulta sempre più strategica per le amministrazioni pubbliche locali la partecipazione dei cittadini alla vita della propria comunità; promuovere l’inclusione dei cittadini significa acquisire conoscenze comuni del territorio molto preziose e responsabilizzare le persone nelle decisioni da prendere.

Per promuovere l’inclusione nei processi decisionali c’è sempre più bisogno di strutturare percorsi ed eventi capaci di coinvolgere le persone per acquisire conoscenze ed informazioni. C’è bisogno di organizzazione e di figure capaci di promuovere la partecipazione attiva.

Si parla a tal proposito di strumenti e di figure capaci di facilitare tali processi. Ma che cos’è in primo luogo la facilitazione? La facilitazione è un processo di guida non direttiva di un gruppo di lavoro, con il supporto di un facilitatore o moderatore. La facilitazione ha come obiettivo quello di aiutare un gruppo a prendere delle decisioni, o anche semplicemente, a consultarsi, in modo costruttivo; promuove la presa di decisioni con un approccio partecipativo, condiviso, plurale ed inclusivo di tutti i punti di vista.

La facilitazione è dunque l’attività centrale di un progetto partecipativo ed è attuata da una figura specifica: il facilitatore.

Chi è il facilitatore? Secondo Pino De Sario, Psicologo sociale e formatore, autore, tra gli altri, del libro “Professione facilitatore. Le competenze chiave del consulente alle riunioni di lavoro e ai forum partecipati, 2005”, il facilitatore è un consulente di processo con alte competenze relazionali che accompagna le organizzazioni a perseguire i risultati progettati.

La facilitazione e la figura del facilitatore acquisiscono rilevanza quando i processi assumono caratteristiche dialogiche, nel momento in cui si abbandona una logica di tipo assembleare tra i partecipanti e si cerca al contrario una interazione forte ed informale.

Il facilitatore si occupa degli aspetti organizzativi ed interpersonali: introduce l’incontro, gestisce l’ordine del giorno o agenda, conduce le discussioni, promuove il dialogo tra i partecipanti, attribuisce il turno di intervento nella conversazione, organizza la tematica, gestisce il tempo a disposizione e le varie fasi di lavoro, cura che tutti abbiano le informazioni necessarie inerenti i temi dell’agenda. Sempre secondo le parole di Pino De Sario, il facilitatore occupa un ruolo neutro sui contenuti e mediano tra gli attori, svolge il ruolo di ponte tra soggetti che possono presentare diversi punti di vista; De Sario delinea un profilo professionale di facilitatore, un consulente nei gruppi e nelle organizzazioni che si occupa di mediare conflitti, problemi ed apprendimenti.

Nuove modalità e nuove figure si stanno dunque affacciando sullo scenario dei processi decisionali e con esse nuove possibilità di coinvolgimento dei soggetti nella elaborazione di proposte e priorità; approcci che derivano da processi di lungo periodo ma che oggi vedono concretamente punti di applicazione e competenze sempre più specifiche.

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Tommaso RossiL’approccio partecipativo nei processi decisionali: facilitazione dei percorsi e degli eventi partecipativi

applicazione open source per analisi e visualizzazione degli open data Eurostat

by Tommaso Rossi on 3 Febbraio 2016

La disponibilità crescente di open data ben organizzati permette di creare nuovi prodotti e nuovi servizi: una delle fonti maggiormente interessanti da questo punto di vista è quella di Eurostat. Eurostat infatti permette l’accesso automatizzato ai suoi dati tramite varie modalità fra cui un interfaccia specifica (api SDMX) che il download diretto dei dataset completi (Bulk download)

Partendo dalla seconda modalità di accesso I laboratori di Rs Innova hanno realizzato un applicazione lato server denominata app.retesviluppo.it che permette di importare automaticamente i 6000 dataset presenti in Eurostat all’interno del sistema e di creare un workflow (gestito dalla librerie python Flask e Pandas) che li arricchisce con statistiche e classifiche. Come ulteriore output viene generata in tempo reale una mappa interattiva (tecnologia Leafletjs) e una tabella filtrabile.

I dati sono poi scaricabili in formato geojson, compatibile con i più importanti software e servizi gis di visualizzazione dei dati (come ad esempio CartoDB)

L’applicazione è già stata utilizzata con successo da alcune associazioni no – profit come Data Reporter che l’ha utilizzata per arricchire di contenuti e di mappe il proprio quotidiano ildatoquotidiano, testata giornalistica data driven che utilizza open data come fonte principale dei propri articoli.

E’ possibile contribuire al progetto accedendo al nostro repository git, o inviando suggerimenti e segnalazioni a scarselli@retesviluppo.it. Retesviluppo fornisce supporto per la creazione di workflow / cruscotti ad hoc per esigenze specifiche di soggetti pubblici e privati (link)

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Tommaso Rossiapplicazione open source per analisi e visualizzazione degli open data Eurostat

Alternanza scuola-lavoro: si può fare (da reteSviluppo)!

by Tommaso Rossi on 28 Gennaio 2016

Nel dibattito sulla “Buona Scuola”, che ha occupato buona parte dell’opinione pubblica sulla stabilizzazione del personale docente precario (tema indubbiamente importante, ma di ancor più forte impatto mediatico), è passato quasi in sordina il nuovo modello di alternanza scuola-lavoro previsto dalla riforma: rivolto a tutti gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno degli istituti superiori, prevede obbligatoriamente un percorso di orientamento utile ai ragazzi nella scelta che dovranno fare una volta terminato il percorso di studio. Il periodo di alternanza scuola-lavoro si articola in 400 ore per gli istituti tecnici e 200 ore per i licei e si realizza sia attraverso attività dentro la scuola, che fuori da essa (nelle aziende, ad esempio).

Il nuovo modello intende avvicinarsi al cd. “Sistema Duale”, che vede la sua più nota applicazione all’interno del modello tedesco, dove il sistema di istruzione in alternanza è organizzato all’interno della scuola, Berufsschule, e dell’azienda. L’obiettivo è quello di colmare il gap, costantemente lamentato dal mondo produttivo, tra le esigenze professionali delle aziende e quelle detenute dai giovani in uscita dai percorsi scolastici. Allo stesso tempo il nuovo modello vuole essere più attrattivo nei confronti delle giovani generazioni, andando così ad impattare sul tasso di dispersione scolastico, che in Italia raggiunge una delle quote più elevate a livello europeo.

La sperimentazione del Sistema Duale nel nostro Paese consentirà, nel prossimo biennio, a circa 60 mila giovani di poter conseguire i titoli di studio con percorsi formativi che prevedono, attraverso modalità diverse, una effettiva alternanza scuola-lavoro: per una parte dei giovani studenti l’apprendimento in impresa avverrà tramite un contratto di apprendistato di primo livello, mentre per l’altra parte avverrà attraverso l’introduzione dell’alternanza “rafforzata” di 400 ore annue a partire dal secondo anno del percorso di istruzione e formazione professionale.

Anche reteSviluppo crede nella bontà di un modello che cerca di creare reali sinergie tra scuola, istituzioni e mondo produttivo: a tale scopo abbiamo sottoscritto un accordo, con il contributo di Confcooperative, che ci consentirà di ospitare – durante il prossimo mese di febbraio –  5 giovani del Liceo delle Scienze Umane, opzione Economico-Sociale, Niccolò Machiavelli di Firenze. Anche per noi quest’esperienza rappresenta una novità, avendo finora collaborato soprattutto con l’Università, tuttavia riteniamo che proprio il contatto con gli istituti superiori possa essere una sfida interessante e offrire possibilità di contaminazione e apprendimento reciproco tra la nostra realtà e quella della scuola superiore.

Cosa apprenderanno questi 5 ragazzi dall’esperienza con reteSviluppo? Anzitutto si confronteranno con la forma di impresa cooperativa e i suoi meccanismi di funzionamento, apprendendo – e sperimentando sul campo – alcune competenze strettamente legate ai nostri ambiti di attività: ricerca sociale ed economica, partecipazione e cittadinanza attiva, servizi alle imprese, comunicazione. Cosa chiederemo loro? Di essere curiosi, propositivi, di metterci in difficoltà nel rispondere alle loro mille curiosità, di ispirarci nuove idee.

Insomma, non vediamo l’ora di conoscerli. Voi state pure tranquilli, vi racconteremo com’è andata!

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Occupazione, la Sfida del 2016. Per ripartire bisogna condividere

by Tommaso Rossi on 20 Gennaio 2016

Intervista di Monica Pieraccini – giornalista de La Nazione –  a Lapo Cecconi , presidente di reteSviluppo.

Un 2016 di ripresa, ma importante è non abbassare la guardia sul tema lavoro. Secondo Lapo Cecconi, fondatore e presidente di reteSviluppo, società di consulenza che si occupa principalmente di studi economici, sociali e statistici, c’è ancora molto da fare su questo fronte.

Quale quadro in provincia di Firenze?

Ci sono ancora molte ombre. Dal 2009 al 2014 la disoccupazione è cresciuta del 67%. Il lavoro è ancora il problema dei problemi, al quale credo debba dedicare ogni sforzo possibile non solo il governo, ma anche la Regione e le altre istituzioni. Non conforta nemmeno il dato sulla disoccupazione giovanile, che è ad un livello ancora molto alto, dal 34-35%.

Che si può fare?

Innanzi tutto puntare sulla formazione, il lavoro di una volta non c’è più e manca a mio avviso una formazione adatta ai giovani. Bene l’alternanza scuola – lavoro, ma occorre fare di più. Serve creare un percorso vero di avvicinamento delle nuove leve alle aziende più innovative e dinamiche, perché i giovani possano davvero imparare qualcosa per poi essere in grado di affrontare la giungla del mercato del lavoro.

Le parole del 2016. Lavoro, poi?

Condivisione e dati.

Ci spieghi meglio…

La crisi ha costretto le persone a trovare delle soluzioni. Meno soldi e bisogni crescenti hanno portato ad abbandonare l’individualismo sfrenato e ad aprirsi agli altri. Grazie anche alla tecnologia, le persone si sono organizzate condividendo spazi e servizi. Così è nata ad esempio la badante di condominio oppure gli spazi di coworking, due facce della stessa medaglia. Premettono di abbattere i costi e rispondere ad una maggiore efficienza. Credo che anche nel 2016 s svilupperanno ancora di più queste forme di condivisione, creando un nuove opportunità di lavoro.

Per quanto riguarda invece i dati?

Il flusso costante di dati è l’oro del 21 secolo. Se le informazioni che continuamente produciamo tramite smartphone e i portatili vengono studiate, monitorate e trasportate in comportamenti e politiche pubbliche più mirate possono davvero rappresentare una rivoluzione, possono essere un fattore esplosivo creando anche in questo caso nuovi posti di lavoro.

Informazioni che potrebbero essere utilizzate anche per migliorare la mobilità cittadina…

Certo. E infatti su questo mi sento di fare una critica all’amministrazione Nardella, che non ha evidentemente monitorato adeguatamente il flusso di informazioni visti i disagi creati dai cantieri della tramvia. Sarebbe stato opportuno mettere a punto anche un piano integrato sulla mobilità di area vasta. Assurdo, ad esempio, che non si sia pensato prima di fare arrivare la tramvia a Campi e a Bagno a Ripoli. Siamo o non siamo una città metropolitana?

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Tommaso RossiOccupazione, la Sfida del 2016. Per ripartire bisogna condividere