Disabilità e resilienza come cura di sé: un’intervista con Barbara Morganti, aspirante pedagogista e tirocinante di ReteSviluppo

Un breve intervista con chi ogni giorno si destreggia tra i mille ostacoli della disabilità per farne un punto di forza e di crescita sia personale che sociale.
  • Chi è Barbara? Descriviti in tre parole

Direi che sono una persona dolce, anche se con i miei lati forti, un po’ permalosetta e lavoratrice. E direi anche abbastanza resiliente, nonostante tutto.

  • Qual è il tuo ruolo all’interno di ReteSviluppo?

Sono qui per il tirocinio dell’Università. Sto per laurearmi alla magistrale in Scienze della formazione con una tesi su disabilità e resilienza come cura di sé stessi, come strumento positivo per autocurarsi e trovare una via di successo nel lavoro e nella vita. Studio per diventare pedagogista, spinta dal desiderio di aiutare gli altri trovando strade e metodi che mettano al centro la persona più che il suo problema. Qui a ReteSviluppo lavoro per promuovere sui social il lato positivo della disabilità e partecipo alla stesura di progetti e interventi nelle scuole. Ci siamo conosciuti alla mappatura dell’accessibilità di Prato di Kinoa e ci siamo trovati sin da subito.

  • Cos’è la resilienza nella vita quotidiana di una persona con disabilità?

È sia la resistenza agli sforzi di tipo fisico, sia la forza mentale necessaria a superare tutti i pregiudizi che affrontano nella vita di ogni giorno le persone con disabilità. La resilienza è anche la capacità di far fronte al fatto che quando parli con una persona, soprattutto se sconosciuta, sai che comunque lui o lei ti guarderà prima come disabile che come persona.

È lo sforzo continuo di trovare delle luci nonostante tutte le ombre.

  • Dalla tua esperienza personale, professionale o del tuo percorso di studi qual è la percezione della disabilità fra i bambini? Quali interventi sarebbero secondo te necessari?

Molto è cambiato rispetto a quando ho frequentato io le scuole, quando non c’erano percorsi ad hoc per le persone con disabilità e praticamente tutto era lasciato all’improvvisazione. Penso che ancora si potrebbe lavorare sull’accettazione da parte dei pari: quando cresci e il ruolo di risorsa affettiva e di intermediazione col mondo esterno della famiglia non ti basta più, trovare degli amici, delle persone con cui confrontarsi alla pari non è semplice. In questo senso si potrebbe lavorare in molti modi diversi. Sto lavorando per esempio a una serie di interventi in forma di gioco da proporre nelle scuole attraverso cui i ragazzi possono sperimentare alcune delle difficoltà sensoriali o fisiche che le persone con disabilità si trovano ad affrontare tutti i giorni. Esercizi semplici che aiutano però in modo concreto a capire le difficoltà e a guardare oltre, alla persona.

  • Progetti per il tuo futuro prossimo?

Spero che nel mio piccolo quello che faccio sia d’esempio per qualcuno, per i ragazzi con e senza disabilità, e mi aiuti a farmi conoscere. L’importante per me adesso però è laurearmi con un buon voto e trovare un lavoro che mi permetta di essere il più indipendente possibile.

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