La meglio gioventù (che aspetta un lavoro)

La XV indagine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati registra un ulteriore peggioramento del posizionamento dei giovani laureati all’interno del mercato del lavoro: aumenta il tasso di disoccupazione, mentre tra gli occupati si registra un aumento delle forme contrattuali a tempo determinato, e ciò avviene anche per quei giovani in possesso di lauree tradizionalmente considerate più ‘spendibili’, come ad esempio ingegneria informatica.

Tra gli occupati i dati mostrano tuttavia le migliori performance dei lavoratori in possesso di laurea rispetto ai diplomati, con un tasso di occupazione superiore di oltre 12 punti percentuali (76,6 contro 64,2) e una retribuzione media che, nel confronto, risulta superiore del 50% per gli occupati con laurea. Studiare conviene, quindi, e conviene ancora di più accompagnare il percorso accademico con uno stage curriculare di qualità, che accresce del 12% la probabilità di occupazione dei laureati ad un anno della conclusione degli studi rispetto a chi invece non vanta tale esperienza formativa. L’indagine smorza quindi quello che negli ultimi anni sembrava un quadro sempre più a tinte fosche per i giovani che puntavano sul cd. fattore ‘k’, quel capitale umano fatto di conoscenze teoriche e saper fare pratici appresi durante il percorso universitario.

Ciò ovviamente non cancella le problematiche del mercato del lavoro italiano ad ‘imbuto’, in cui le recenti riforme – in primis quella pensionistica – hanno di fatto ridotto il turnover raggiungendo ragionieristici obiettivi di riduzione della spesa pubblica, col risultato di trattenere al lavoro persone poco motivate (che solo fino a qualche mese fa avevano la prospettiva di poter andare in pensione) bloccando invece l’ingresso di forze giovani, più formate e motivate. Ciò è avvenuto nel mondo dell’impresa, ma in maniera evidente anche all’interno della Pubblica Amministrazione. Patetico persino pensare che alle condizioni attuali le imprese e le PA italiane possano raggiungere significativi aumenti dei livelli di produttività, fondamentali per realizzare quella CRESCITA così tanto evocata da soloni e burocrati delle istituzioni nazionali ed europee. Centrale resta l’esigenza di un taglio del costo del lavoro per le imprese, senza il quale fare impresa e creare sviluppo diventa difficile anche per l’imprenditore visionario à la Schumpeter.

Di tutto questo l’attuale classe dirigente deve dare conto, c’è una generazione che non può aspettare.

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