“Zitto e ascolta!” – La Peer Education e il nuovo ruolo dell’insegnante.

by Stefano Ciapini on 11 Maggio 2022

Nel preferire l’attività di peer alla lezione frontale il compito del docente rimane fondamentale sotto più punti di vista. E non si tratta solo di un ruolo di controllo dell’ordine della classe e di punizione in caso di comportamenti scorretti, c’è molto di più.

Il docente non più centrale, ma comunque fondamentale.

Non lo si vuole negare: nella meccaniche di peer education l’insegnante non sale in cattedra, non è più il sole attorno a cui gravitano i ragazzi, ma questo non deve ormai sorprendere. Come si diceva, tuttavia, il docente rimane una guida per i ragazzi e le ragazze, pur secondo modalità e schemi diversi.
Va sottolineato che gli alunni che si accingono a svolgere un’attività di peer education avranno sempre come punto di riferimento l’adulto, tali attività non sono infatti un “liberi tutti!”, non equivalgono assolutamente ad una ricreazione.
È in questa fase iniziale che il docente dovrà guidare i componenti della classe a capire la differenza tra ciò che si sta per svolgere e una qualsiasi altra attività ricreativa: la peer education trasferisce responsabilità e capacità d’azione nelle mani degli alunni, e questa trasmissione dev’essere ben compresa: sarà compito dell’insegnante far passare questi concetti e avere un occhio vigile affinché questo spirito permanga durante tutta l’attività.

Insegnante e alunno sullo stesso livello.

È vero che l’aspetto cattedratico viene a perdersi quando si sceglie di intraprendere un percorso all’insegna della peer education. Il concetto base è infatti che una nozione, un’informazione o una skill trasmessa sono recepite in maniera più efficace se a “lanciarle” non è l’adulto, il docente, bensì il compagno di classe.
È proprio questo ambiente protetto che viene a crearsi che permette agli alunni di esprimersi con una libertà non indifferente, una libertà che è anticamera dello sviluppo di responsabilità e riflessione in merito alle conseguenze delle proprie azioni. Ragazzi più ricettivi si trasformano alunni con un bagaglio di conoscenze e esperienze messe a frutto con maggior soddisfazione e con un risultato finale potenzialmente più elevato.
Affinché la presenza dell’insegnante non risulti ingombrante in questo piccolo ambiente protetto che viene a crearsi in classe, questi dovrà compiere l’importante sforzo di mettersi al pari dei ragazzi durante le attività, pur non abbandonando quell'”occhio vigile” di cui sopra.
Lo sforzo non è indifferente, anzi: implica dismettere dei panni ipoteticamente indossati fino a quel momento, ma il risultato sarà davvero soddisfacente anche per l’insegnante stesso. Per arrivare a questo è necessario però un percorso di formazione specifico!

Il ruolo dell’insegnante nel creare le giuste condizioni per l’attività.

Il docente deve avere più livelli di sensibilità e, come già introdotto all’inizio dell’articolo, è su di esso che ricade la responsabilità del buon avvio delle attività.
In questo frangente la conoscenza degli alunni è fondamentale, perché la peer education, di primo acchito, può risultare un approccio non troppo confortevole per tutti. È da mettere in conto che molte persone coinvolte (in realtà lo stesso insegnante, pertanto figuriamoci i ragazzi!) abbiano da uscire dalla propria comfort zone, ed ecco che il ruolo dell’adulto torna nevralgico: niente deve risultare come qualcosa di imposto e calato dall’alto, la bontà di questo genere di pratiche risiede anche nella capacità dell’educatore di far “uscire fuori” spontaneamente i ragazzi. Per creare queste condizioni è necessario sapere su quali leve fare forza, sapendo chi a livello individuale è per propria indole più ricettivo e reattivo, e chi invece ha bisogno di una spinta più dolce.
La creazione di questo ambiente è di grande importanza anche e soprattutto per queste persone più timide e in difficoltà nell’esporsi di fronte agli altri, ed è in questa fase che si scrive il destino dell’attività di peer education. Avrà successo fra i ragazzi? Funzionerà? Dipende molto da questa preparazione: è anche l’insegnante ad avere in mano il buon esito dell’esperienza!

In conclusione: l’insegnante non può mancare!

La figura dell’adulto rimane molto importante nelle attività di peer education, sempre considerando che, come ci sono delle cose in capo al docente, ci sono altre abilità che possiedono solo i ragazzi e di cui i “grandi” non possono proprio disporre. Però attenzione: il ruolo dell’insegnante non deve essere invasivo… ma non deve nemmeno sparire!

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ReteSviluppo nelle scuole all’insegna della Digital Transformation

by Stefano Ciapini on 7 Aprile 2022

Il mondo e la società oggi cambiano i propri sistemi di riferimento ad una velocità molto elevata.
I rapporti tra esseri umani si conformano secondo modalità in continua evoluzione e così i giovani e i giovanissimi configurano dinamiche interpersonali talvolta anche del tutto estranee a ciò a cui le generazioni precedenti erano abituate.
Questo ha importanti risvolti nell’ambito educativo e formativo, dove si palesa la necessità di instaurare una connessione con ragazzi e ragazze secondo dinamiche nuove o comunque di recente ideazione.

Il mondo post pandemia: un’accelerata alla trasformazione digitale.

Non è un caso che queste considerazioni vengano fatte a seguito della pandemia globale che ci ha tenuti di fronte a uno schermo per più di due anni: il sistema educativo si è trovato di punto in bianco in balia di strumenti di comunicazione rispetto a cui, spesso, mancava anche l’alfabetizzazione.
È in quel periodo che come ReteSviluppo ci siamo mossi per offrire un supporto a docenti, genitori e studenti, ed è da lì che poi si è approfondita la necessità da parte degli istituti scolastici di scoprire metodi innovativi di formazione ed educazione, per esempio nell’ambito dei social, o attraverso tecniche di gamification, o ancora per mezzo di attività di peer education.

Imparare e riflettere attraverso l’interattività e il linguaggio innovativo.

C’è un fattore comune tra tutte le attività messe in campo sia presso la scuola media che le superiori, ovvero l’interattività: il coinvolgimento in prima persona di studenti e studentesse permette di imbastire un percorso che pone i ragazzi al centro, sentendosi così parte attiva di un processo di formazione coinvolgente e stimolante.
Lo si fa, come dicevamo, sfruttando linguaggi propri di preadolescenti e adolescenti.
Si prenda il caso della gamification, ovvero l’uso di tecniche mutuate dai giochi e dai videogame, e che approfondiremo in un prossimo articolo: in questo caso è evidente l’approccio che punta a parlare la lingua dello studente.
Oppure si pensi, riferendoci in particolare ai percorsi attuati nelle secondarie di secondo grado, alla peer education: anche in questo caso lo studente diviene parte attiva del percorso, stavolta con un metodo responsabilizzante e volto alla cooperazione.

Un percorso in continua evoluzione.

Concludendo, l’attività di ReteSviluppo nelle scuole, di cui oggi abbiamo dato un’infarinatura con la chiave di lettura della Digital Transformation, continua e si evolve all’insegna della partecipazione e dell’innovazione. Presto approfondiremo nel dettaglio le tante attività messe in campo!

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Stefano CiapiniReteSviluppo nelle scuole all’insegna della Digital Transformation

“Ti presento Prato”: illustrati i risultati dello studio.

by Stefano Ciapini on 30 Marzo 2022

Ieri, martedì 29 marzo, presso il Salone Consiliare del Comune di Prato, sono stati illustrati i risultati dello studio Ti presento Prato alla presenza, tra gli altri, del Sindaco della città Matteo Biffoni.

Salone Consiliare di Prato, 29 marzo 2022

Il progetto: paure e sogni dei Pratesi post-pandemia.

”Ti presento Prato” è una ricerca condotta da ReteSviluppo e Forum delle Associazioni Familiari di Prato, il cui obiettivo è stato quello di rendere uno spaccato dei desideri, delle paure e delle speranze di genitori, preadolescenti e adolescenti pratesi.
La ricerca si è svolta principalmente nell’ambiente scolastico coinvolgendo, oltre ai soggetti già citati, anche il personale ATA e il corpo docenti.

Si è cercato di raccontare la Prato del presente, in una fase di riassetto della città post-pandemia, non solo per leggere le dinamiche attuali ma anche per capire le aspirazioni della Prato del futuro.
La ricerca punta in questa direzione, volendo mettere in luce perlopiù le tendenze e lo stato d’animo di giovani e giovanissimi rispetto alla propria comunità.
La raccolta dei dati si è tenuta durante gli ultimi mesi del 2021, e la loro elaborazione e sistematizzazione ha visto impegnate le realtà coinvolte fino ai primi mesi di quest’anno.

Un primo sguardo ai risultati dello studio.

Nello specifico, sono stati ben 785 i questionari raccolti nelle scuole, sottoposti a studenti di età compresa tra i 13 e i 16 anni, provenienti sia dalla scuola media che dalle superiori.
A questi, poi, vanno aggiunti i sondaggi sottoposti agli adulti.

Dallo studio, senza entrare in specifiche troppo dettagliate, emerge che i giovani nel periodo post-pandemico non abbiano smarrito il senso di fiducia e curiosità nei confronti del futuro.
Tuttavia, al tempo stesso, secondo le rilevazioni in buona parte i giovani intervistati non hanno un’idea chiara di come concretizzare il proprio avvenire, di quale strada scegliere.
Queste incerte aspirazioni in merito al futuro si accompagnano e si traducono nel desiderio espresso di costruire un domani all’insegna della stabilità lavorativa e del guadagno, come si evince dai dati raccolti.
Fiducia e curiosità riposte nel futuro dunque, con l’obiettivo del raggiungimento di una stabilità e sicurezza di vita, ma con una strada incerta da percorrere.

Ottimismo, fiducia, incertezza.

Nel complesso, permane un maggior senso di ottimismo, curiosità e fiducia nel futuro da parte dei soggetti giovani rispetto a quanto riposto da docenti, genitori e personale scolastico, posti di fronte alle stesse domande.
Si tratta di una tendenza molto significativa.
La pandemia, dunque, ha sì messo alla prova ragazze e ragazzi, ma non è riuscita a spegnere del tutto la fiducia riposta dalle giovani generazioni nei confronti della Prato del domani.

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Stefano Ciapini“Ti presento Prato”: illustrati i risultati dello studio.

Occupazione, la Sfida del 2016. Per ripartire bisogna condividere

by Tommaso Rossi on 20 Gennaio 2016

Intervista di Monica Pieraccini – giornalista de La Nazione –  a Lapo Cecconi , presidente di reteSviluppo.

Un 2016 di ripresa, ma importante è non abbassare la guardia sul tema lavoro. Secondo Lapo Cecconi, fondatore e presidente di reteSviluppo, società di consulenza che si occupa principalmente di studi economici, sociali e statistici, c’è ancora molto da fare su questo fronte.

Quale quadro in provincia di Firenze?

Ci sono ancora molte ombre. Dal 2009 al 2014 la disoccupazione è cresciuta del 67%. Il lavoro è ancora il problema dei problemi, al quale credo debba dedicare ogni sforzo possibile non solo il governo, ma anche la Regione e le altre istituzioni. Non conforta nemmeno il dato sulla disoccupazione giovanile, che è ad un livello ancora molto alto, dal 34-35%.

Che si può fare?

Innanzi tutto puntare sulla formazione, il lavoro di una volta non c’è più e manca a mio avviso una formazione adatta ai giovani. Bene l’alternanza scuola – lavoro, ma occorre fare di più. Serve creare un percorso vero di avvicinamento delle nuove leve alle aziende più innovative e dinamiche, perché i giovani possano davvero imparare qualcosa per poi essere in grado di affrontare la giungla del mercato del lavoro.

Le parole del 2016. Lavoro, poi?

Condivisione e dati.

Ci spieghi meglio…

La crisi ha costretto le persone a trovare delle soluzioni. Meno soldi e bisogni crescenti hanno portato ad abbandonare l’individualismo sfrenato e ad aprirsi agli altri. Grazie anche alla tecnologia, le persone si sono organizzate condividendo spazi e servizi. Così è nata ad esempio la badante di condominio oppure gli spazi di coworking, due facce della stessa medaglia. Premettono di abbattere i costi e rispondere ad una maggiore efficienza. Credo che anche nel 2016 s svilupperanno ancora di più queste forme di condivisione, creando un nuove opportunità di lavoro.

Per quanto riguarda invece i dati?

Il flusso costante di dati è l’oro del 21 secolo. Se le informazioni che continuamente produciamo tramite smartphone e i portatili vengono studiate, monitorate e trasportate in comportamenti e politiche pubbliche più mirate possono davvero rappresentare una rivoluzione, possono essere un fattore esplosivo creando anche in questo caso nuovi posti di lavoro.

Informazioni che potrebbero essere utilizzate anche per migliorare la mobilità cittadina…

Certo. E infatti su questo mi sento di fare una critica all’amministrazione Nardella, che non ha evidentemente monitorato adeguatamente il flusso di informazioni visti i disagi creati dai cantieri della tramvia. Sarebbe stato opportuno mettere a punto anche un piano integrato sulla mobilità di area vasta. Assurdo, ad esempio, che non si sia pensato prima di fare arrivare la tramvia a Campi e a Bagno a Ripoli. Siamo o non siamo una città metropolitana?

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Tommaso RossiOccupazione, la Sfida del 2016. Per ripartire bisogna condividere

Geografia della crisi Toscana provincia per provincia

by Tommaso Rossi on 1 Ottobre 2014

 

Firenze ha retto l’onda della crisi con l’export, trainato da moda e meccanica, garantendo occupazione con il turismo. Massa è stata aggredita nell’edilizia e nelle costruzioni, e la ristorazione, il commercio e i servizi non hanno supplito a quanto la crisi ha «mangiato» nel resto della sua economia. A Prato invece l’occupazione è aumentata, però solo grazie a produzioni a basso valore aggiunto. Sono solo tre delle 10 fotografie che arrivano dai dati elaborati da Rete Sviluppo.

Le province che complessivamente sono andate meglio nell’ultimo periodo sono Firenze, Pisa (dove l’occupazione e l’aumento delle imprese sono dati positivi legati al turismo e all’hi-tech), Arezzo (con un exploit del settore oro, dopo anni di stallo) e Lucca (ma soprattutto, quasi solamente, grazie alle cartiere). Quelle peggiori sono state Massa, Prato (dove l’abbigliamento ha sostituito il tessile, cioè una produzione meno «ricca») ma anche Livorno. Anzi, per la (ex) principale provincia siderurgica e industriale della Toscana, se i dati fossero stati raccolti fin dall’inizio della sua crisi (metà del decennio scorso) il giudizio sarebbe ancora più severo.

Nel mezzo, con alterne fortune, si trovano Pistoia, dove l’export (soprattutto da i vivai) tiene ma non dà segnali sul fronte dell’occupazione. A Siena la farmaceutica traina l’export ma la crisi di Mps si fa sentire soprattutto sul consumo al dettaglio e sul valore aggiunto. Le tante crisi delle industrie grossetane vengono (pochissimo) attenuate dal buon successo dell’export, legato all’agricoltura.

immagine blog

Se invece si va a vedere un periodo più lungo, cioè gli anni della crisi (dal 2009 al 2013) si nota come proprio a Massa ci sia il dato migliore per imprese attive (confronto primo trimestre 2009-2014): l’1,98 in più, così come a Prato (0,47%), mentre tutte le altre, comprese Pisa e Firenze, hanno un saldo negativo, fino al «fanalino di coda» Lucca (-5,31%). Lapo Cecconi, presidente di Rete Sviluppo, e il ricercatore Marco Scarselli spiegano: «Massa ha visto nascere più aziende, ma sono dei settori del terziario di basso livello, con scarso valore aggiunto. È la provincia con più “neet” (ragazzi che non studiano, non cercano lavoro e non si formano) della Toscana». Prato, nonostante i dati sul numero di imprese in positivo (+0,7% confronto primo trimestre 2013-2014) è proprio la città che ha retto peggio alla crisi. Prato ha infatti una vivacità imprenditoriale che non aumenta il Pil procapite: il tessile è stato sostituito dall’abbigliamento, soprattutto di ditte cinesi, quindi si lavora di più ma si “guadagna” di meno. Nel lungo periodo, forse, sarà un vantaggio. Nel breve, è un problema. Lo stesso che hanno avuto, nei 5 anni presi in considerazione dalle analisi, anche Lucca, Pistoia, Siena e Grosseto: quelle che hanno subito di più la crisi. E anche i segnali positivi di Grosseto sono soprattutto un “effetto rimbalzo”. Dal fondo, insomma, si può risalire.

 

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Tommaso RossiGeografia della crisi Toscana provincia per provincia

Intervista a Claudia Fiaschi, Presidente di ACI Toscana

by Tommaso Rossi on 27 Novembre 2013

 Intervista al Presidente ACI Toscana sul metodo partecipativo: “Quello che è venuto fuori oggi ci dà degli strumenti di programmazione importanti per il futuro!”

Martedì 26 novembre si è svolto il primo incontro del comitato esecutivo dell’Alleanza delle cooperative italiane Toscana.

La giornata è stata interamente organizzata da ReteSviluppo insieme a Lama, attraverso un processo partecipativo caratterizzato dal dialogo, dall’interazione e dallo scambio di vedute su due temi scelti (quello della promozione alla cooperazione e quello dei mercati emergenti) che ha fatto emergere delle linee politiche comuni per il futuro della nuova rappresentanza della cooperazione in Toscana. Vediamo qual è stata l’opinione del presidente Claudia Fiaschi, che gentilmente ha risposto alle nostre domande.

Ha trovato utile o costruttivo un metodo di lavoro che prevede l’interazione e la partecipazione attiva di tutti i presenti, piuttosto che un’assemblea classica con interventi singoli?

Sì, questo gruppo ha bisogno di affinare le sensibilità e di armonizzare i linguaggi, di individuare degli obiettivi comuni; questo metodo mi sembra funzionale allo scopo e siamo contenti di averlo utilizzato in questa prima assemblea dell’esecutivo.

Dunque un modo per conoscersi meglio all’interno di ACI?

Sì, sicuramente sappiamo che le tre esperienze hanno delle matrici culturali diverse, linguaggi, esperienze che sono il retroterra da cui veniamo, il punto di partenza comune che si costruisce armonizzando i pensieri con il lavoro “gomito a gomito”.

Potrebbe diventare un metodo di lavoro continuativo da riproporre in altre occasioni?

È stata una prima sperimentazione. Io credo molto ai modelli partecipativi, ovviamente non sono da sola, quindi saranno importanti per il futuro le valutazioni di chi ha partecipato oggi, vediamo se riterranno che questo strumento ci aiuterà a disegnare il nostro futuro in maniera più rapida ed efficacie, soprattutto meno pesante. Se è così perché no?

Ha delle sue proposte sul metodo? Sulla durata ad esempio? Ci potrebbe dare alcune sue considerazioni personali.

Sicuramente avremmo avuto bisogno di più tempo, di qualche pausa in più; però sapevamo che oggi era una giornata con queste caratteristiche. Possiamo lavorare sull’affinamento delle domande; sono cose che però progrediscono nel tempo. Ma già quello che è venuto fuori oggi ci dà degli strumenti di programmazione importanti, almeno per quello che ho potuto vedere fino ad oggi.

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Tommaso RossiIntervista a Claudia Fiaschi, Presidente di ACI Toscana

Impresa sociale: se non ora, quando?

by Tommaso Rossi on 13 Novembre 2013

Estratto dall’intervista a Salvatore Natoli, a cura di Massimo Campedelli, uscita su Animazione Sociale (n. 275, agosto/settembre 2013) – “Tempo di imprese che producono beni per il territorio”

Imprese sociali, servizi e associazioni si chiedono come riposizionarsi dentro la crisi che mette in dubbio non solo il modello economico-finanziario finora conosciuto, ma anche lo stile di vita e di consumo che lo ha caratterizzato. Questa connessione tra economia e sviluppo è messa in evidenza da Salvatore Natoli, filosofo, descrivendo l’idea di crescita -forza propulsiva dell’economia- come intimamente connessa con il concetto di sviluppo; “senza crescita non c’è lavoro, senza lavoro non si produce consumo e senza consumo l’economia non produce ricchezza e benessere”.

Nel XX secolo la possibilità di aumentare il livello di ricchezza complessiva di un paese era agganciata all’aumento dei consumi perché allora era possibile ancora “allargare” i consumi.

“ In quegli anni, il Paese [Italia] ha avuto una grande possibilità di consumo perché esistevano enormi aree povertà e quindi era possibile creare, inventare il consumatore, i consumatori”.

Oltre all’aspetto economico, negli anni del dopoguerra in Italia si assisteva anche a una rinascita della società civile, dopo la repressione fascista. Si pensi alla Costituzione, che viene scritta in quegli anni in una “prospettiva etica di sviluppo”.

Secondo questa lettura i consumi hanno liberato il nostro Paese dalla schiavitù della necessità: la possibilità di consumare ha affrancato la popolazione italiana dal bisogno, dalla malattia e dalla mancanza di igiene. Anche negli anni successivi, quando si è sentita la necessità di saziare bisogni più complessi, con beni più sofisticati, si pensi alla lavatrice, si è sempre risposto a una necessità di liberazione, in questo caso delle donne dalla fatica dei lavori domestici.

Ma allora, questo meccanismo, quando si è inceppato? Quando abbiamo iniziato a porci delle domande sulla sostenibilità del sistema, proiettandoci in una serie interminabile di dilemmi come quello riguardante il caso ILVA. Si deve scegliere tra la salute e il lavoro?

Ma se da una parte ci rendiamo conto dell’insostenibilità di questo modello di sviluppo, dall’altra troviamo forti resistenze per modificarlo. La difficoltà principale risiede nella trasformazione del concetto di bisogno, che è passato dall’essere inteso come necessità di liberazione da qualcosa, a essere considerato come una condizione naturale.

“Se negli anni cinquanta impiantare uno scaldabagno era liberarsi da un bisogno (fare una doccia), oggi lo scaldabagno è una “condizione naturale”, come se ci fosse stato sempre”.

Questo meccanismo di naturalizzazione dei bisogni è incentivato dall’industria stessa, immettendo sempre nuovi prodotti che, drogando la società, rendono dipendenti al loro consumo. Cambia così il concetto di libertà, che “non è la capacità critica di scelta, ma avere o no accesso a consumi che spesso rispondono a bisogni non essenziali, ormai naturalizzati”.

Se tutti i mali non vengono per nuocere, la crisi del 2008 potrebbe essere un’occasione per mettere in discussione il modello economico e di vita che l’ha determinata. “Bisogna approfittare dell’arretramento dei consumi per pensare a stili di vita diversi, ridefinendo l’ordine delle necessità, uscendo dalla condizione di consumatori passivi…per diventare consumatori attivi”. Dobbiamo tornare al senso critico insito nel concetto di scelta che è racchiuso a sua volta nel concetto di libertà.

Per incentivare un consumo consapevole e critico non basta educare. È necessario incidere anche sui sistemi di produzione. Il territorio può essere il livello più adatto per mettere in atto questo tipo di mutamento, perché permette di capire più facilmente quanto un investimento possa essere vantaggioso.

“Abbiamo bisogno di imprese che lavorino su problemi locali”.

A questo punto arriviamo a esporre il concetto di impresa sociale. Va innanzitutto detto che, se da una parte ogni impresa è sociale perché comunità di lavoratori titolari di diritti, dall’altra non è detto che il prodotto dell’impresa sia sempre sociale. È questo il fattore discriminante. Come dice Natoli, “produrre sostegno sociale non vuol dire andare incontro a una scelta aleatoria di quel che si può o si vuole comprare o meno, ma soddisfare un bisogno sociale reale di “questo” territorio”. É questo che fa la differenza tra un sistema di sostegno all’handicap e un’impresa che fabbrica lenti a contatto. Un problema di handicap non può essere trasferito come un’occhiale, che può essere prodotto e venduto in tutto il mondo. “Il bene sociale è soddisfare i bisogni del territorio che esigono una soluzione qui e ora perché non “trasferibili”, delocalizzabili come altre produzioni”.

L’impresa che vuole qualificarsi come sociale ha anche l’importante compito di generare “beni di relazione”, deve cioè creare dei “sistemi di amicizia”, cioè “possibilità in cui le persone possano stare insieme, … [e possano] sviluppare azioni di vita collettiva, movimenti associativi in cui il rapporto con l’altro diventa un rapporto di reciproca generosità”. Per rendere tutto questo reale si avverte la necessità di costruire spazi pubblici.

Per attivare questa serie di processi si fa riferimento a una politica orizzontale, un modo di fare politica cioè che vede i cittadini impegnati nella loro funzione di “pressione per ripensare modelli di sviluppo e di impresa … che deve essere continua” e i rappresentanti come attori che recepiscono in modo attento questa pressione che li guiderà nelle proprie scelte.

Per concludere Natoli ci ricorda che

“la caratteristica delle democrazie è che non sono nelle condizioni di eleggere i migliori, ma possono “revocare i peggiori”. La competenza democratica non ha la capacità di identificare il meglio, la capacità delle democrazie è risanarsi.” .

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Tommaso RossiImpresa sociale: se non ora, quando?

Impresa sociale: iniziamo a conoscerla

by Tommaso Rossi on 6 Novembre 2013

Questo articolo è un estratto da un’intervista sul tema dell’impresa sociale con il Professore Filippo Buccarelli, docente incaricato della Scuola di Scienze Politiche e Sociali “Cesare Alfieri” di Firenze e ricercatore di CAMBIOCentro Studi sulle Trasformazioni Sociali dell’Ateneo di Firenze.

Oggi il tema dell’impresa sociale, a causa della crisi che dal 2008 ha condizionato in modo determinante la nostra vita e ha cambiato il mondo rendendolo un posto nuovo da codificare, si è fatto spazio in modo prepotente nel dibattito accademico e istituzionale. Ma cosa è l’impresa sociale, quale è il suo campo di azione e perché è vista da alcuni come uno strumento valido per uscire dalla crisi?

Partiamo da cosa è impresa sociale in Italia. Fino al 2005 in Italia l’impresa sociale era la cooperativa sociale. Con l’introduzione della legge delega 118 del 2005 e del d.lgs attuativo 155 del 2006 si definisce il soggetto giuridico di “impresa sociale” ampliando la platea dalle cooperative sociali no profit anche ad imprese orientate al profit. Oltre a quelli tradizionali delle cooperative sociali, ovvero il socio-sanitario, l’educativo e l’inserimento dei soggetti svantaggiati, si ampliano gli ambiti di intervento a settori produttivi diversi come potrebbero essere il turismo sociale, la gestione dei beni culturali e il settore della green economy.

Molte cooperative, nonostante abbiano la possibilità formale di mutuarsi in imprese sociali, rimangono tali. Se si va a guardare le adesioni all’Albo della Camera di Commercio dedicato a questo tipo di imprese se ne trovano pochissime. Le poche adesioni trovano motivazione in una normativa che, oltre a essere farraginosa e incoerente, offre pochi vantaggi rispetto a quelli dedicati alle cooperative, inoltre alcune ricerche mostrano una carenza di informazione presso gli imprenditori stessi, che spesso non sono nemmeno a conoscenza della possibilità di fare questo tipo di impresa.

In Europa ci sono dei casi nazionali che offrono importanti spunti di confronto con il caso italiano. Il caso inglese è uno dei più interessanti nel panorama europeo, in questo campo di intervento si hanno procedure più snelle, rispetto a quelle che ci possono essere nel nostro paese, che hanno permesso di aprire il campo dell’intervento sociale anche ad imprese orientate al profit e non solo alle cooperative. La possibilità di ricorrere all’azionariato diffuso (suddivisione del capitale sociale dell’impresa tra molti azionisti, che possono avere solo il 3 – 5% delle azioni), introduce una logica di profitto nel campo dell’intervento sociale e dà la possibilità a queste imprese di trovare fondi aggiuntivi che le rende autonome dall’intervento pubblico. Osservando i diversi casi europei si evidenza una certa correlazione tra il modello di welfare di un paese e la diffusione dell’impresa sociale.

In generale si può dire che dove manca il pubblico (Inghilterra) e dove è andato clamorosamente in crisi (Italia), l’impresa sociale ha preso più campo.

Abbiamo precedentemente descritto alcuni ambiti in cui opera l’impresa sociale, ma in generale si può identificare nell’economia sociale il suo principale campo di azione. In essa si sviluppano gli scambi orientati a produrre beni pubblici, ovvero beni per la comunità (dall’inserimento socio-lavorativo delle persone deboli, alla salvaguardia, manutenzione del territorio). Come ogni impresa che agisce su un mercato, anche l’impresa sociale produce delle esternalità positive e delle diseconomie. L’inclusione sociale che un’impresa che impiega più del 30% del personale affetto da handicap, è senza dubbio un’esternalità positiva, tuttavia non si può altrettanto essere ottimisti per quanto riguarda un esempio noto a tutti come il caso dell’ILVA di Taranto. Sebbene sia la principale fonte di reddito per gran parte della cittadinanza, e quindi possa svolgere una funzione importante di sostentamento per la rete sociale, essa produce delle diseconomie di entità disastrosa per la salute di chi vi lavora e di chi vive a Taranto e dintorni.

Un aspetto caratterizzante l’impresa sociale è la sua stretta relazione con il territorio. Essa non può prescindere dal contesto in cui è inserita, nemmeno se lo volesse. Il tipo di economia in cui opera è produttrice di beni così detti relazionali, per tanto questo tipo di impresa ha bisogno di creare quella serie di relazioni che legano il suo operato all’ambiente che la circonda. Per essere sociale infatti un’impresa non può avere come principale obiettivo la mera massimizzazione del profitto, come qualsiasi altra impresa orientata al mercato, perché non svolgerebbe la sua azione principale, che è appunto quella sociale. L’impresa sociale deve essere vicina ai bisogni del territorio in cui è insediata e avere cari i temi che riguardano la qualificazione e salvaguardia dello stesso, e questo suo interesse non solo la preserva dall’avere un orientamento incentrato solo sul profitto, costituisce l’oggetto principale della sua azione.

Sempre considerando l’aspetto locale dell’impresa sociale è necessario prestare attenzione anche al ruolo della politica e all’influenza che esercita su questo particolare settore. In Italia l’ente locale influenza in modo determinante le modalità di azione e i criteri di intervento delle cooperative attive sul territorio. Si determinano i costi di un servizio, stanziando un numero limitato di risorse e si creano spesso servizi ad hoc sapendo già a chi affidarli. Questa dipendenza dai soldi pubblici è un problema grave per le cooperative sociali che non riescono ad emanciparsi dal potere pubblico. La politica potrebbe oltretutto avere anche un’importanza rilevante nella riformulazione in senso più flessibile della normativa vigente riguardante il settore, garantendo la germinazione spontanea di questo tipo di imprese.

Per concludere si propone una riflessione sulla funzione che l’impresa sociale potrebbe avere in questa fase di transizione che stiamo vivendo dallo scoppio della crisi del 2008. Come dice il professore Buccarelli infatti, “Il punto è che siamo arrivati a un momento storico in cui non si può più pensare che un’impresa sia solo for profit e una for no profit. L’impresa for profit lasciata a se stessa, brucia tutto. L’impresa no profit lasciata a se stessa, muore”. Si può così pensare all’impresa sociale come un nuovo ente intermedio tra il profit e il no profit.

Restando ferma la necessità di questa commistione tra i due poli del profit e del no profit, non si può pensare che l’impresa sociale possa costituire il paradigma del capitalismo del XXI secolo, come sostiene l’economista Zamagni. Vi sono alcuni settori produttivi che non possono funzionare con le sue logiche, perché essa è di per sé poco produttiva. Non vi sono tecnologie che automatizzano e velocizzano alcuni processi necessari alla competizione sul mercato. E, come abbiamo precedentemente detto, opera all’interno dell’economia sociale che produce beni relazionali, cioè beni il cui valore aggiunto sta nell’interazione tra l’operatore e l’utente. Richiede tempo, pazienza, competenza, professionalità.

La conversazione si conclude con una riflessione che il professore fa sul concetto di impresa sociale:

“mettere insieme le parole “impresa” e “sociale”, sembra un ossimoro; mettere insieme efficienza e profitto all’attenzione per i legami umani, non è una cosa possibile. È una sfida costante, sono due dimensioni che non possono mai essere definitivamente messe insieme. È una dialettica, ed è in essa che sta il motore propulsivo. Questo è tipico dell’azione sociale in generale, che è fatta da individui che non sono mai solo e soltanto esseri sociali, ma sono anche individualità irriducibili. C’è l’interesse personale, e l’ideale. Non esiste ideale che si è affermato senza l’interesse personale”.

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Tommaso RossiImpresa sociale: iniziamo a conoscerla

Nuova stagione toscana della partecipazione democratica

by Tommaso Rossi on 5 Novembre 2013

In vista del convegno “Partecipare per Fare” che si terrà Venerdì 8 novembre a Palazzo degli Affari in Piazza Adua e che vedrà la presenza di ReteSviluppo come uno dei protagonisti dei vari casi di processi decisionali partecipativi, ci sembrava necessario spiegare di cosa si tratta. Cerchiamo di farlo rispondendo a 4 domande che potrebbe porre qualsiasi persona interessata sull’argomento PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA:

1. Cosa si intende per legge sulla partecipazione?

La c.d “legge sulla partecipazione”, approvata dal Consiglio Regionale con Legge Regionale 69/2007 si prefigge l’ obiettivo – individuando nella partecipazione un innegabile diritto del cittadino che, in quanto tale, deve essere sostenuta ed incentivata- di promuovere il coinvolgimento della popolazione nei processi di formazione ed elaborazione delle scelte istituzionali relative al territorio toscano.

2. La Toscana può considerarsi un esempio da seguire nel campo dei processi decisionali partecipativi?

Sicuramente sì. La regione Toscana è stata la prima in Italia a dotarsi di una legge sulla partecipazione ad hoc (L.R. 69/2007) che finanzia processi partecipativi ed esperimenti di coinvolgimento di cittadini con varie metodologie. Il primo bilancio è certamente positivo, anche se ci sono stati alcuni errori che con la nuova legge 46/2013 si pensa possano essere limiti. Occorre inoltre aggiungere che questa legge è stata da modello per altre regioni, in particolare l’Emilia Romagna, che con L.R. 3/2010 si è dotata di uno strumento legislativo molto simile.

3. Quali sono le principali novità della legge regionale 46/2013 che comincerà ad operare nelle prossime settimane?

La principale novità della nuova legge sulla Partecipazione è che sarà obbligatorio il Dibattito Pubblico – un momento di informazione e confronto con i cittadini nelle fasi preliminari di elaborazione di un progetto, quando diverse opzioni sono ancora possibili – per tutte le opere pubbliche di competenza regionale che superano la soglia di 50 milioni di euro e per la localizzazione di opere nazionali.

Un altro aspetto di considerevole importanza, inoltre, consiste nel fatto che la nuova l.r. tende a limare ad uno dei difetti, quello della scarsa collegialità nell’erogazione dei finanziamenti. La L.R. 46/2013, difatti, prevede che l’Autorità regionale per la garanzia e la promozione della partecipazione, a differenza di quanto previsto dalla legge precedente, non sarà rappresentata da una sola persona ma da un organo collegiale composto da tre membri.

4. Quali sono i progetti che Rete Sviluppo presenterà al convegno dell’8 novembre?

ReteSviluppo presenterà due casi di successo:

“Le idee per la salute: percorso di partecipazione sulla diversabilità e le difficoltà di vita autonoma”, progetto svolto per la Società della Salute (SdS) Fiorentina Nord Ovest – v. i risultati del progetto

“Bilancio in Comune” per il Comune di Monteriggioni – v. il sito con i risultati del progetto

A questi due “case studies” se ne aggiungono molti altri su cui ReteSviluppo ha lavorato, alcuni cofinanziati da Regione Toscana, altri espressamente voluti dai singoli enti locali e da alcune associazioni (un caso di particolare coinvolgimento della popolazione giovanile e di orgoglio per la nostra società è stato quello svolto con scuole a Prato insieme a Legambiente sui temi del risparmio energetico).

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Tommaso RossiNuova stagione toscana della partecipazione democratica

La febbre da start up…qualcosa ha prodotto!

by Tommaso Rossi on 12 Aprile 2013

Quasi non se ne può più, ormai sembra che tutti siano diventati startupper, imprenditori innovativi e pionieri impavidi.

Ti giri per strada e qualcuno ti nomina di iniziative legate alle start up, di incontri con i venture capitalist, di incubatori tecnologici e di spazi per il coworking. Il nome straniero non aiuta, Start up non sembra possa divenire una parola simpatica e alla portata di tutti. Per intendersi, le Start up sono aziende che nascono da zero attorno ad un’idea innovativa. Sono state la formula americana del successo della Silicon Valley, esportata in molte parti del mondo e approdata anche in Italia. Il ministro Passera un anno fa ha presentato una legge specifica per il supporto alla nascita delle imprese innovative, e nel recente Cresci Italia del dicembre scorso, cosa rara, sono state inserite alcune agevolazioni fiscali.

Questi interventi normativi sono stati accompagnati da un’importante campagna informativa, promozionale e pubblicitaria legata al brand Start up. Sono nati blog specializzati, movimenti di opinione, associazioni, progetti imprenditoriali e un flusso imponente di informazioni. Poco male, anzi molto bene. Ma fortunatamente non solo questo. Ecco la buona notizia di un impegno che sta portando ad alcuni risultati, fortunatamente tangibili. Nei primi tre mesi dell’anno sono nate 307 start up e ai primi di aprile siamo a quota 453. Con questi chiar di luna, direi che anche se start up non è una parola simpatica, è bene tenercela stretta!

Link collegati:

H-FARM

Progetto RENA

WORKING CAPITAL

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Tommaso RossiLa febbre da start up…qualcosa ha prodotto!